«Non importa,» disse lei, senz'altro.
Due giorni dopo, Francesco Sangiorgio era eletto membro della commissione del bilancio.
III.
Un applauso debole ma gentile, formato da piccole mani femminili bene inguantate e un po' indolenti, salutò il finale fragoroso del pianista, un piccolino magro, bruno, meschinello, che scompariva dietro il pianoforte.
«Che sentimento!» esclamò la moglie di un deputato pugliese, una grassona con una pioggia di riccioli neri sulla fronte rossa e lucida.
«Bene, bene, è deliziosa,» disse la signora di Bertrand, la moglie di un alto funzionario, piemontese, ma delicatina, dal viso di madonnina, con un mantello di broccato, dove scintillava dell'oro.
E di signora in signora, di gruppo in gruppo, lungo i divani, sulle poltrone, sugli sgabelli, sotto le foglie di palma delle giardiniere, accanto alle mensole cariche di statuine, dal pianoforte alla porta, l'approvazione femminile si andò man mano affievolendo: quelle che stavano ancora sulla soglia del salone ministeriale, crollarono il capo, due o tre volte, come se annuissero tacitamente. Solo Sua Altezza, il principe orientale in esilio, accasciato grassamente in una poltrona, rimase immobile; nel viso gonfio, scialbo, macchiato qua e là dalla barbetta incolore e brizzolata, con quella flemma contemplativa di orientale enorme, rimase immobile, pensando forse alle drammatiche canzoni di Aida che erano state uno degli splendori del suo trono, socchiudendo gli occhi rossi e rotondi sotto la striscia rossa e sottile del fez.
E il chiacchiericcio femminile ricominciò, e donna Luisa Catalani, la moglie del ministro, la padrona di casa, che si era riposata un poco durante la musica, riattaccò i suoi giri di saluti, di riverenze, di sorrisi: e il vestito di casimiro bianco, le rosette di brillanti, la piccola testa, il viso piccante, la pettinatura un po' strana, si scorgevano in ogni posto, quasi nello stesso momento, come se ve ne fossero dieci, di donne Luise, e non una.
«Che fatica questi ricevimenti!» disse languidamente la contessa Schwarz, una donna magrissima, dal volto livido, dai capelli arruffati, che imitava, per forza, Sarah Bernhardt. Sprofondata in una poltroncina soffice, rannicchiata nelle pellicce come un uccello ammalato e freddoloso, ella muoveva solo le labbra per sorbire la sua tazza di thè.
«Donna Luisa non si stanca: è di ferro,» mormorò la Gallenga, segretariessa generale delle finanze, tossichiando un poco, spianando le sopracciglia arcuatissime, cinesi. «Io, non ci reggerei, sono felice che i miei ricevimenti sieno familiari. È stata alla Camera, oggi, contessa?»