Per aver meno freddo, mentre scriveva, in quel salottino lungo e stretto, senza fuoco, di via Angelo Custode, Francesco Sangiorgio s'era messo sulle gambe un vecchio soprabito. Alle otto la serva gli aveva portato una tazza di caffè, in letto: e mentre ella rassettava quel glaciale salotto, egli si era vestito, per mettersi al lavoro. La serva aveva rifatta, in un momento, anche l'altra stanza, e se n'era andata senza parlare, con la faccia imbronciata e stizzosa delle creature povere che non sanno rassegnarsi alla miseria e al lavoro.

Ma lo spazzamento, fatto in fretta, aveva lasciato sudici gli angoli del pavimento: le cortine delle finestre erano giallastre di polvere, e il nauseante odore di spazzatura stantia restava in quelle due stanze. Sangiorgio, appena scomparsa la serva che strascicava i suoi scarponi da uomo, senza dare uno sguardo a quella triste corte interna, dai balconi pieni di casse vecchie e di cocci, dalle loggette di legno tarlato e sudicio, si era messo a scrivere, sopra un piccolo tavolino da studente; si era posto a scrivere, fra gli stampati della Camera e un mucchio di lettere della Basilicata, sopra certi larghi fogli di carta bianca commerciale, intingendo la penna in un miserabile calamaio di creta. Verso le dieci aveva sentito un insopportabile freddo ai piedi e alle gambe: aveva ancora tre ore di lavoro; andò in camera a prendere un vecchio soprabito, e se ne ravvolse le gambe: tutto questo come un automa, senza distogliere il suo pensiero da quella relazione parlamentare a cui si occupava da otto giorni. Il fuoco interno che lo divorava si manifestava in quella scrittura grande, svelta, chiarissima, di cui ricopriva quei grandi fogli di carta: si manifestava in quell'assorbimento di tutto il volto, in quello sguardo quasi rientrato in sè stesso, estraneo a tutte le cose esterne. I fogli si ammucchiavano alla sua sinistra, egli non si fermava che per isfogliare i resoconti parlamentari, per consultare un grosso volume sull'inchiesta agraria, o un piccolo taccuino vecchio e sdrucito. Alle undici, nel fervore del lavoro, si udì un piccolo scricchiolìo di chiave, e una donna entrò, richiudendo la porta senza far rumore.

«Sono io,» diss'ella chetamente, stringendo al petto un fascio di rose. Egli alzò la testa, e la guardò con gli occhi stralunati di chi non si toglie ancora alla sua preoccupazione, tanto da non riconoscere la persona che entra.

«Ti disturbo?» chiese Elena, con la sua voce cantante. «Sì, sì, ti disturbo. Resta a scrivere, fa il tuo lavoro. Mi annoiavo tanto stamane, in casa, con questo tempo plumbeo, che mi son fatta trascinare in carrozza per due ore, il povero cavallo scalpitava nel fango, ho visto scivolare della gente, le donne che andavano a piedi avevano gli stivaletti inzaccherati, una pietà. Dovendo aspettare sino all'una, perchè tu venissi a colezione, ho preferito venir qua. Ma tu scrivi... Leggerò un libro.»

«Cara, non ve ne sono, di libri per te,» rispose lui, senza pensare a ringraziarla di esser venuta.

Ella cercava fra le carte, con le mani sottili inguantate di nero, imbarazzata dal suo gran fascio di rose. Sangiorgio la guardava sorridendo di compiacenza. Era sempre così attraente con quelle grosse labbra umide e rosse, con gli occhi strani dal colore incerto, con quella eleganza opulenta della persona, che il contemplarla, l'averla presente, là, nella sua stanza, era per lui un diletto sempre nuovo. Ogni volta che la sua signoria maschile si affermava in qualunque modo, egli provava un delicato e intenso piacere di orgoglio.

«Non vi è nulla,» diss'ella, ridendo, «non posso mica leggere quanta polenta mangino i contadini lombardi, e quante patate i meridionali. Ciò mi affliggerebbe troppo; scrivi, scrivi, Franz: non occuparti di me.»

Egli si alzò e venne a baciarla sugli occhi, attraverso il lieve velo, come a lei piaceva: ella fece un risolino di bimba golosa a cui si dà un pasticcino, egli ritornò a scrivere. Elena camminò su e giù nel salotto, come per riscaldarsi: in quella stanza, in quel giorno brutto di marzo, si gelava.

«Non hai freddo, Franz?» chiese Elena, dal divano, dove contemplava curiosamente il lusso dei quadrati all'uncinetto.

«Un poco,» mormorò lui, senza lasciar di scrivere.