E il gruppo delle ragazze ridacchiò sottovoce.

«Quella che canta meglio, in Roma, è la Fiammante,» soggiunse la fanciulla Camilly, dal volto grasso e bianco, dagli occhi socchiusi di orientale trapiantata in Italia.

Le altre ragazze tacquero: la Boria strinse le labbra in segno di riprovazione, la Fasulo chinò gli occhi, l'Allievo arrossì; solo donna Sofia di Maccarese non mutò viso: non conosceva, o non si curava della Fiammante.

«È vero che sposa il deputato Sangiorgio?» chiese la Serafini.

«No, no,» rispose la Camilly, con uno strano sorriso.

Questa volta le ragazze si guardavano fra loro, con quelle occhiate mute ed espressive in cui il mondo le obbliga a condensare la loro intelligenza. Nel salone era cresciuta una folla di signore, e vi si addensava un calore di stoffe, un odore di thè e di opoponax, di lontra e di martora. Ora quasi tutte chiacchieravano, a coppie, a gruppi di tre o quattro, con certe leggiadre inclinazioni di testa, con certe modulazioni squisite di voci, frivoleggiando sulla Camera dei deputati, discutendo gravemente la voce dell'onorevole Bomba, dicendo quale era la tribuna che preferivano, parlando del colore dei tappeti, discutendo le sottovesti carnicine dell'onorevole conte Lapucci, e la fisonomia romantica, da Cristo pensoso, dell'onorevole Joanna. E la Gallenga, che s'intendeva di letteratura, pronunziò questa frase:

«Quest'anno è di moda l'Abruzzo nella letteratura e la Basilicata nella politica.»

Così esse credevano di fare della politica, sul serio, esaltate dal cicaleccio, con le loro testoline leggiere. Ma senza che nessun pianista si fosse presentato al pianoforte, mentre che la signora pacifica e veneranda che aveva singhiozzato con Tosti, sorbiva la sua terza tazza di thè, un zittio sottilissimo circolò nel salone: e donna Angelica Vargas, alta e bella, col suo passo ritmico, attraversò il salone, cercando con gli occhi donna Luisa Catalani.

Era vestita di nero, come al solito, con qualche cosa di scintillante nella persona e nel cappello: e donna Luisa le corse incontro, col suo più bel sorriso. Le due riverenze furono profonde; un piccolo colloquio, a voce bassa, cominciò tra loro, una tutta bianca, coi capelli di un biondo dolce, l'altra tutta nera, coi dolci capelli bruni ondulati sulla fronte.

Il salone fingeva di non ascoltare, per rispetto: ma vi era quel silenzio imbarazzante di molte persone adunate insieme, quando nessuna di loro osa principiare a discorrere. Sua Altezza Mehemet pascià aveva spalancato gli occhi, e guardava la bella italiana, così casta nella figura, ma i cui occhi larghi gli rammentavano le sue donne d'Oriente, di cui forse pativa la nostalgia. Poi quei begli occhi larghi, scintillanti come le perle nere del vestito, guardarono la sala, intorno intorno, un'occhiata intelligente, e come donna Luisa Catalani si voltava, a una, a due, a tre, le signore vennero a circondare donna Angelica Vargas, a chiederne il saluto, e sebbene suo marito non fosse il presidente del consiglio, sebbene ella fosse la moglie di un ministro di affari, non politico, sebbene in quel salone vi fossero tre o quattro mogli di ministri politici, importanti, le colonne del gabinetto, ella era il centro di tutti quei complimenti, ella conservava nella sua semplicità qualche cosa di regale.