«La contessa di Santaninfa e la contessa di Malgrà».

«Bei capelli?»

«Così,» rispose la biondina, pallida e distratta.

Qui, in un angolo, un circolo di ragazze cinguettavano allegramente, con le giacchettine sbottonate per aver meno caldo, mostrando le vitine sottili negli abiti di lana oscura. Enrichetta Serafini, la figliuola del ministro dei lavori pubblici, una brunetta in lutto, vivacissima, chiacchierava per quattro: e attorno la stavano a sentire la ragazza Camilly, un'italiana nata in Egitto, la ragazza Borai, una zitella anticuccia, afflitta dalla ostinata gioventù di sua madre, la ragazza Ida Fasulo, una creatura linfatica, dagli occhi larghi e pensierosi, nipote di un ragioniere, la ragazza Allievo, una gentilina taciturna; e unico fiore aristocratico, biondo sotto la piuma bianca del cappello, donna Sofia di Maccarese.

«Io preferisco Tosti a tutti quanti,» sosteneva Enrichetta Serafini. «Mi fa venir da piangere.»

«Anche Denza, alle volte, fa piangere,» osservò la ragazza Borla, che non sapea cantare, e che era condannata a udire la voce cinquantenne di sua madre.

«E voi, donna Sofia, chi preferite?»

«Schumann,» mormorò essa semplicemente.

Le altre ragazze tacquero: non conoscevano quella musica. Ma la ragazza Serafini, nervosa e vivace, rispose:

«Ma tutta questa musica bisogna cantarla bene. Scusate», e abbassò la voce, «forse che vi piace la signora di poco fa?»