«Sono venuti Gallenga e Oldofredi, che mi fa molto la corte.»
«Ha ragione, Oldofredi,» mormorò lui, con galanteria.
Ella sorrise e scomparve nella camera. Era così fredda e brutta, che per un momento ristette, come disgustata. Guardava gli arabeschi di lana del piumino, che la serva aveva gonfiato a furia di manate; ma la grande macchia d'olio della poltrona di lana azzurra le fece voltare il capo; il suo istinto femminile la faceva soffrire di quella macchia. E girò per la stanza, cercando un oggetto introvabile: sul canterale non vi erano che due candelieri senza candele, una spazzola pei vestiti, nulla di quello che ella desiderava: sulla toletta, solo i pettini e una bottiglina di acqua di Felsina, dimezzata. Una nudità, una miseria da anacoreta. Finalmente, giunta presso il letto, sul comodino, ella trovò la bottiglia dell'acqua e il bicchiere, e, tutta felice, sciolse il suo fascio di rose, ne ficcò tre o quattro nel collo della bottiglia dell'acqua, un piccolo gruppo nel bicchiere, ne buttò due o tre sul tappetino a piedi del letto, poi non sapendo dove altro metterne, ne ficcò due sotto il cuscino. Camminando piano, andò al canterale, e ne aprì il primo cassetto, dove ci erano delle cravatte e dei guanti: anche lì lasciò le sue rose. Un ritratto era buttato lì dentro, ancora in una busta: il suo. Una lieve ombra di malinconia le passò sul viso, ma disparve. Ora su quella miseria della stanza, in quella luce bigiognola che veniva dal cortile interno, in quel tanfo di acqua di cucina, le rose mettevano una freschezza primaverile, un po' di giardino, un ricordo di sole, un piccolissimo profumo.
«Ho finito,» disse Sangiorgio, comparendo sull'uscio.
«Andiamo a far colazione.»
«Credi tu che avremo finito per l'una e mezzo?»
«Perchè?»
«Ho un convegno... con un elettore.»
«Avremo finito, spero. Tanto più che ho anche io un convegno... alle due.»