Oldofredi si strinse nelle spalle, scosse la cenere della sigaretta e uscì, dimenando la sconquassata persona. Sangiorgio intinse la penna nel calamaio e ricominciò a scrivere. Quelli della stanza accanto non avevano udito nulla: tanto più che il dialoghetto era avvenuto sul tono ordinario di voci. Gasperini sfogliava i bilanci della finanza inglese, Giroux s'immergeva in Copernico, e Sangiorgio ricavava delle note dalla Storia dell'Internazionale di Tullio Martello.

IV.

Quando l'onorevole Sangiorgio entrò nel Caffè del Parlamento, alle sette, per pranzare, in quella cripta egiziana, affogante, rossa, quasi affumicata, varie teste si voltarono e il suo nome fischiò nel susurrìo educato di coloro che mangiavano. Restavano solo due o tre tavole disoccupate: Sangiorgio, dopo esser rimasto un momento indeciso, sedette a una, dove tre posti erano pronti. Subito, dal tavolino accanto a lui, l'onorevole Correr, il giovane deputato di destra, dalla barba nera e dalla molle pronuncia veneta, lo salutò amichevolmente, l'onorevole Scalatelli, il colonnello dei carabinieri, dal pizzo brizzolato e dagli occhi bonari, lo guardò con un certo interesse: gli altri due ex-onorevoli, il grande Paulo, il grosso Paulo, il forte Paulo continuò a litigare col piccolo Mefistofele padovano, Berna, lo spirito bizzarro.

«Dunque è vero, Sangiorgio, del duello?» domandò sottovoce Correr.

«È vero,» rispose l'altro, guardando la lista delle vivande.

«Primo duello?»

«Primo.»

«Avete mai fatto sala d'armi?»

«Un poco.»

«È un'imprudenza, Oldofredi è fortissimo.»