«Perdio! che bel colpo!» interveniva a dire Scalìa, fumando voluttuosamente un sigaro.
«E resta la cicatrice,» aggiungeva Castelforte, ridendo. «Oldofredi non se lo scorderà, il colpo.»
Il medico discese all'ospedale di San Giacomo, dopo essersi dato l'appuntamento per firmare il processo verbale. A quella fermata Sangiorgio si scosse dal suo silenzio.
«Avrai fame?» gli chiese Scalìa.
«Lo credo io: se l'è meritata bene,» soggiunse Castelforte.
E ambedue sorrisero di compiacenza.
Sul terreno, per non far vedere, i due padrini non avevano abbracciato il loro primo, ma come ritornavano, in carrozza, si lasciavano andare a poco a poco a un esaltamento affettuoso. Avevano perduta la freddezza, la rigidità: guardavano Sangiorgio amorosamente, con certi occhi lucidi, parlavano di lui con orgoglio, con dolcezza, come di un figlio valoroso che ha subìto un esame, riportando il massimo dei punti: Castelforte arrivò sino a battergli due o tre colpettini sulla spalla, con una familiarità insolita in quel gran signore. Quasi quasi lo accarezzavano con gli occhi, col tono della voce, con certe frasi lusinghiere, fieri di lui, lasciando travedere come diversamente lo apprezzassero e gli volessero bene dopo il duello. Egli riceveva quietamente questa onda novella di amicizia, coi nervi che si ammollivano sempre più, lasciandosi andare a un gran bisogno di vita fisica, non pensando più, avendo voglia soltanto di mangiare, di digerire in una stanza calda, di dormire due, tre ore, profondamente. Sorrideva ai suoi padrini, come il giovanetto che ha fatto magnificamente gli esami, come la fanciulletta che ha preso la prima comunione: tutta la visione dell'Acqua Acetosa, e quella gran cicatrice sanguinante a fiotti sul viso pallido dell'avversario, erano scomparse, egli non sentiva che la soavità letificatrice del riposo nel trionfo. Le linee del volto si erano spianate, gli occhi avevano perduto la loro lucentezza quasi febbrile, la chiostra dei denti si riposava, addolorata: Francesco Sangiorgio aveva l'aria di un ebete.
La colezione fu rumorosa e allegra, al Caffè di Roma. Ogni momento Castelforte e Scalìa versavano del vino a Sangiorgio; egli mangiava e beveva molto, tutto felice di mangiare, ringraziando col capo ai discorsi amabili dei due padrini, ridendo quando costoro parlavano del dispetto di Oldofredi, tanto più doloroso della sua ferita.
Alle frutta le espansioni divennero maggiori:
«... Perchè» continuava a dire Scalìa, «perchè, io ho lunga esperienza di duello, ho temuto per te, caro Sangiorgio. L'avversario era forte e coraggioso e si era battuto venti volte: tu, novello, inesperto... è naturale, ho temuto...»