«Oldofredi non se lo aspettava...» aggiunse Castelforte.

«Pareva che scherzasse, sul terreno,» osservò Sangiorgio.

«Oldofredi non scherza mai,» disse sentenziosamente Scalìa. «Non bisogna credere alle sue pose. Al terzo assalto, ve lo assicuro io, cari colleghi, egli era furioso: è andato addosso a te, Sangiorgio, che pareva ti volesse spaccar la testa. Che colpo, santo diavolo!»

«Che colpo, perdio!» fece coro Castelforte.

E gli stessi discorsi di compiacenza ricominciavano sempre, un po' monotoni, un po' da trasognati, come proferiti da coloro che stanno sotto una grande impressione recente e ne rifanno la storia cento volte, cullandosi in quella stessa musica, incapaci di pensare ad altro. E tre o quattro volte fu rifatta la storia; l'onorevole Melillo, che aveva fatto colezione con l'onorevole Cermignani alle Colonne, un po' preoccupato della sorte del collega basilisco, era venuto in su pel Corso, per vedere se incontrava la carrozza, e chiacchierando di politica, gridando, riscaldandosi, strillando, enumerando cifre e demolendo bilanci, avevano scorto nella trattoria il gruppo dei tre che mangiavano: l'onorevole Melillo, il biondone dal viso rosso e dalla sottoveste bianca, era giunto sino ad abbracciare Sangiorgio, mentre Cermignani, il deputato abruzzese, restava in piedi, ascoltando la storia dai padrini, tirandosi la barba nera macchinalmente, esclamando, preso da un furore bellicoso, postato quasi in una posizione di attacco.

Il Bencini, il vecchio deputato di destra, il vecchio cattolicone arguto, in sospetto di burlarsi di Dio come del diavolo, che era in fondo alla sala chiacchierando vivamente e ridendo, con quel buon vecchione placido, dalla barba argentea, il Gambara, il decano dell'antico partito conservatore, il Bencini curioso e arzillo come una femminetta, venne anche lui a congratularsi quantunque non conoscesse punto il Sangiorgio: ma il Toscano spiritoso e paradossatico aveva un'antipatia profonda per la stupidità vanagloriosa e spadaccina dell'Oldofredi. Egli sghignazzava pensando alla collera del deputato marchigiano.

— Non se la lega al dito questa cosa, Oldofredi: gliel'ha già ricucita sulla faccia! Per fortuna che non siamo in canicola, non siamo: lui avrà una voglia di mordere! —

E tutti, intorno a Sangiorgio, ridevano: Scalìa comperava dei fiori da Nerina, Castelforte narrava ancora il fatto a Gambara che si era accostato anche lui, e sorrideva placidamente guardando Sangiorgio con l'occhio del vecchio parlamentare che ama i giovani deputati laboriosi e coraggiosi; Cermignani e Melillo ascoltavano il chiacchiericcio sfavillante del Bencini dalla voce chioccia e dal riso secco. Fu quasi un corteo che accompagnò il deputato Sangiorgio sino al landau. Era uscito il sole, la carrozza fu aperta, Melillo volle salire anche lui. E come pel Corso passava la carrozza, vi era un allargarsi, un propagarsi di saluti, di cenni, di congratulazioni, di gesti, di sorrisi: pel Corso dove andavano su e giù deputati e giornalisti, uomini d'affari e reporters, dopo colezione, aspettando l'apertura della seduta, facendo il chilo, godendo quel piccolo raggio di sole prima di andarsi a chiudere nel caldaione del signor Comotto.

L'onorevole Chialamberto, il breve deputato ligure, discorreva col colonnello Dicenzo, un abruzzese magro dall'aria ascetica; ambedue salutarono profondamente i quattro deputati che passavano, accennando fra loro. In quanto al deputato Carusio, in Piazza Colonna, egli si buttò allo sportello, volle si fermasse, abbracciò e baciò Sangiorgio, gridando, tutto affannato, che correva dal presidente del consiglio a portargli il felice esito del duello.

Ma, nella Camera, la dimostrazione crebbe, crebbe sempre, intorno a Sangiorgio.