In verità, il presidente della Camera serbò, come sempre, il suo contegno corretto: ma vi fu nel sorriso con cui accolse Sangiorgio qualche cosa di cordiale, di amichevole, una specie di luce affettuosa.

L'onorevole Freitag, grande, grosso, dalla testa incassata nelle spalle, dondolandosi mastodonticamente nel nero corridoio, domandò al deputato meridionale, con la sua vocetta sottile:

«Alla faccia, nevvero?»

«Alla faccia.»

Gli altri non facevano che fermarsi, congratularsi vivamente, stringere la mano: tutti quanti chiedevano i particolari del duello; Scalìa, Castelforte, finanche Melillo, erano circondati; i tre assalti con la botta finale circolavano; i deputati bellicosi li ascoltavano con gli occhi lustri, puntandoli, commentandoli con qualche esclamazione; i deputati pacifici ascoltavano in silenzio, sorridendo, figurandosi un combattimento da torneo. Alcuni, i più crudeli, si facevano ancora narrare e descrivere la lunghezza e la profondità della ferita di Oldofredi, chiedevano se vi era stata molta emorragia, se la cicatrice si sarebbe subito rimarginata, se lo sfregio sarebbe rimasto molto visibile. Ma dappertutto, in tutti, anche nei più cauti, anche in quelli che arrischiavano solo una parola e un saluto, trapelava l'antipatia profonda che i molti colleghi avevano per Oldofredi; in molti traspirava il rancore segreto per una parola, per uno sguardo, per qualche piccolo sgarbo ricevuto e sopportato solo per pazienza, per non far chiasso, per non fare scandali; in molti traspariva la noia naturale cagionata dall'individuo che vuol imporsi senza aver meriti, che fa il prepotente a ogni costo e a cui l'improntitudine tien luogo di coraggio e la insolenza tien luogo di spirito.

Qualche raro amico di Oldofredi si teneva in disparte, si contentava di non congratularsi con Sangiorgio. Quando Lapucci e Bomba entrarono, verso le quattro, nell'aula, come se niente fosse stato, le domande furono poche, dettate da una fredda curiosità: i due padrini sentivano, alla loro volta, l'isolamento del loro primo che giaceva in letto, con la faccia e la testa fasciata, in preda a una febbre violenta. Pochi domandarono di lui: pochi, i quali come gli altri, pensavano che quella ferita fosse meritata in castigo della soverchia insolenza, ma che convenisse essere pietosi anche coi vinti.

E l'entusiasmo per Sangiorgio durò nel pomeriggio, crescendo; aumentò durante il pranzo. Stordito, confuso, ma conservando sempre la sua freddezza esterna che solo uno stupido sorriso veniva a diradare, egli lasciava dire, lasciava fare, accogliendo tutto e tutti, abbandonandosi a quella popolarità novella.

Andò al Costanzi, dove si rappresentavano gli Ugonotti, prese una poltrona di orchestra, ascoltò la musica che non conosceva, come incretinito: dietro di lui, due giovanotti parlavano del duello, accennando a lui, come quello che aveva data la sciabolata a Oldofredi; essi parlavano sottovoce, ma egli udì benissimo, egli che non udiva la musica. Nell'intervallo sentì sul viso il calore di uno sguardo magnetico: donna Elena Fiammanti lo guardava da un palco. Salì lassù macchinalmente: schiudendo la porticina, entrando in quel camerottino che è separato dal palco e dal pubblico da una tenda rossa, egli sentì due braccia al collo e la voce quasi commossa dirgli:

«O Franz, o Franz, perchè battersi per me? Non ne valeva la pena.»

Quando scesero, finita l'opera, dopo aver ricevuto almeno dieci visite nel palco, mentre la Fiammanti si appoggiava al suo braccio, con gli occhi umidi di piacere orgoglioso, egli vide nell'atrio il grande Paulo che s'infilava un soprabito enorme. Subito tutta la nebbia superba gli si dileguò e gli venne voglia di buttarsi sul largo torace di quel galantuomo. Era lui, il molosso, che gli aveva consigliato di tirare alla faccia. Sul terreno, egli non aveva ricordato che quel consiglio.