V.

Il principio della questione si era manifestato due giorni dopo la festa dello Statuto, inopinatamente. In un paese d'Italia, in quella domenica di festa patriottica, la giunta municipale e il consiglio comunale, in parte, avevano dato la prova più manifesta di un repubblicanismo avanzato: i consiglieri monarchici si eran subito dimessi, telegrammi erano giunti ai deputati, ai giornali, agli uomini influenti, il caso era diventato grave, in un momento.

Era già l'estate e le sedute si trascinavano lente e fiacche: la politica estera si era già addormentata del suo sonno estivo: leggi importanti non ve ne erano; lo scoppio, dunque, fu improvviso, inaspettato, bene accolto, tutti vi s'interessavano. Gli amori fra la Camera e il Ministero si erano illanguiditi, come tutte le passioni corrisposte e soddisfatte; la gran sazietà empiva di nausea costoro che si erano troppo amati; e il principio della lite che sempre più si complicava, fu il colpo di frusta che risvegliò gli amanti disgustati e sonnolenti. Non avevano più voglia, nè più forza di amarsi con furore: la ritrovarono per litigare, per insultarsi, par darsi a una guerra di sospetti, di maldicenze politiche, di calunnie private. Il maggior accusato era il ministro dell'interno, che, obbedendo a un suo ideale amore della libertà, non aveva voluto sciogliere il municipio di quel paese.

Uomo profondo, d'idee larghe, di un grande carattere, abituato a considerare le questioni politiche con un'ampiezza che la meschinità degli altri uomini politici non perdonava, elevandosi sempre a un ordine di concetti molto superiore, egli aveva detto che bisognava rispettare la libertà della coscienza politica: in privato, ridendo un poco della gravità inusata che si dava a questo caso, aveva detto, come i monatti di Milano a Renzo Tramaglino: andate là, andate là, non saranno questi piccoli assessori camuffati da Erostrati, che abbruceranno il tempio delle istituzioni. Rispondeva a tutti che l'affare era di poca importanza, e alle facce serie, preoccupate, di coloro che lo venivano a interpellare, opponeva la sua serenità di uomo superiore, che pareva una posa ed era l'intima sicurezza di una coscienza quieta.

Ma intorno a lui, sottomano, trapelante, ferveva il desiderio della crisi: tutti i malcontenti, tutti gli ambiziosi a cuore aperto, tutti i mediocri, tutti gli sciocchi invidiosi, tutti i cretini presuntuosi si agitavano, si radunavano, si davano convegno, discutevano, mettendo insieme la mediocrità e l'invidia, l'ambizione e la presunzione, il malcontento e la cretineria. Si strillava al caffè, si perorava nelle trattorie, si ordivano piccoli complotti parziali nei salottini delle case mobiliate dove i deputati alloggiavano, si aveva l'aria di congiurati davanti ai piccoli tavolini che il liquorista Ronzi e Singer mette innanzi alle sue botteghe, nell'estate, a Piazza Colonna.

Ogni giorno, alla stazione, da tutte le parti d'Italia, arrivavano deputati, con una piccola valigia: la valigia della settimana di crisi, dove la moglie mette quattro camicie, sei fazzoletti, le pianelle, una spolverina, giacchè il deputato verrà via subito, in qualunque modo. Erano già in Roma trecentocinquanta deputati, numero eccezionale che le più palpitanti sedute invernali non arrivano mai a formare. E forse, ognuno dei trecentocinquanta aspettava, credeva, voleva, desiderava, era sicuro di diventar ministro, per la crisi.

Il ministro, l'uomo forte e buono e sapiente, o non sentiva, o sentendo, non dava molta importanza a questo crescente tumulto di crisi.

«Non vi sarà crisi,» rispondeva, sorridendo, a coloro che lo interrogavano amichevolmente. «Non vi sarà crisi,» soggiungeva a chi glielo affermava con una certa aria di protezione preoccupata.

In fondo, egli conosceva il mondo politico e gli uomini che lo compongono: sapeva bene che il presidente del consiglio era con lui, che eran con lui gli altri sette ministri, che questo corpo vigoroso di nove individui non si sarebbe fatto scalzare, così, senza una ragione al mondo, perchè un municipio non ha voluto firmare un indirizzo al re e ha levato la croce dalla bandiera tricolore. Egli conosceva bene la passione furibonda dei suoi otto colleghi pel potere, la tenacia di quelle ostriche attaccate allo scoglio; per arrivarci avevan dovuto soffrire e agonizzare politicamente, sarebbero morti prima di andar via. Egli sorrideva, pensando quanta forza può dare la debolezza: sorrideva, ed era sicuro.

E passava a un giro d'idee più morale: lo scetticismo non aveva intaccato certe sue nobili credenze, la sua fede nella coscienza umana non era ancora scossa. Egli sentiva che questo culto supremo della libertà era l'amore di tutte le intelligenze, di tutti i cuori italiani: egli sapeva che gli stessi meschini possono per un istante traviare questi cuori e queste intelligenze, ma che di fronte alla grandezza di un'idea, tutto sarebbe scomparso.