Invano, ogni tanto, arrivavano sino a lui i soffi maligni, le voci calunniose, le notizie false o falsificate; invano, qualche vero amico gli suggeriva di diffidare, di considerare la situazione da pessimista: il ministro dell'interno conservava quella sua spiritualità appena appena velata di amarezza, egli non poteva esser vinto; moralmente e materialmente, si sentiva saldo, stretto coi colleghi, fatto forte da una causa generosa. Non voleva sentire lo sviluppo della crisi parlamentare, il ministro: eppure in quella grande caldaia politica bollivano tutti i temperamenti, e tutti i caratteri delle regioni italiche si manifestavano. I Siciliani si davano a quella loro foga simpatica, mescolata d'ironia e di buon senso; i Napoletani gridavano e gesticolavano; i Romani aspettavano, attenti, temporeggiando, sapendo il momento in cui dovevano intervenire; i Toscani ridevano dietro gli occhiali, sogghignavano sotto i baffi, ambiziosi, mefistofelici, burloni di sè stessi e degli altri; i Lombardi si aggruppavano, un po' solitari, un po' aristocratici; i Piemontesi e i Liguri andavano e venivano, si agitavano, senza parlare, intendendosi a occhiate. Ma i più ardenti, i più ribelli, i feroci, erano i rappresentanti delle piccole province, gli Abruzzi, le Marche, le Romagne, la Campania, le Calabrie, i rurali, i rappresentanti le province che danno la vita e le ricchezze alle grandi città, i deputati che veramente si appassionano alla politica, che ci credono, che la stimano come la più grande potenza umana, che si inebbriano come di un vino generoso.
Solamente, fra tanto tumulto represso, gli uomini della Basilicata non si riunivano, non formavano gruppi, non parlavano, non si chiedevano nulla e non rispondevano nulla, freddi e corretti. Il ministro, l'uomo integro e nobile, era sicuro: non avrebbe mai temuto, in nessun caso; e sorrideva.
Il giorno dell'interpellanza, quando il ministro dell'interno entrò nell'aula, vi fu un lungo mormorio sui banchi. Egli se ne accorse, ma, forte lottatore nelle piccole come nelle grandi cose, ebbe lo spirito di non volgere gli occhi intorno, di non alzarli su alle tribune: pensò subito, però, che la cosa era più grave di quello che gli era sembrata sino al giorno prima. Anche il giorno prima, egli aveva detto, così, con una certa noncuranza, al presidente del consiglio:
«Vi è molto rumore per quest'affare del municipio.»
«Calori estivi,» aveva risposto, sorridendo, il presidente.
«Ella è d'accordo con me?»
«D'accordo, naturalmente,» soggiunse l'altro, senza però stabilire su che cosa.
«Crede che il discorso di don Mario Tasca sarà importante?»
«Uno dei soliti discorsi.»
E si parlò d'altro. Gli altri colleghi si erano mantenuti in un grande riserbo: solo Vargas, il ministro delle belle arti, il vecchio asciutto e segaligno, disseccato da una divorante ambizione, aveva fatta qualche opposizione vaga, a cui aveva risposto vagamente il ministro dell'interno. Le cose erano restate lì. Ora, nella Camera, egli si accorgeva che la giornata sarebbe stata bollente. Sfogliando certe sue carte, con gli occhi bassi, egli sentiva, dal ronzìo parlamentare, che vi dovevano essere almeno quattrocento deputati: alzò gli occhi alla tribuna diplomatica, la contessa di Santaninfa, la bella pensierosa, vestita di nero, chinava gli occhi malinconici sull'aula; la contessa di Malgrà, la pallida bionda seducente, aveva quel giorno un cappellino di paglia di oro e non lasciava mai di considerare l'aula attentamente. La tribuna degli impiegati era piena: in quella dei giornalisti una triplice fila di teste si piegava curiosamente.