— Fiutano l'odore della polvere, — pensò lui.

E guardò i suoi due o tre colleghi ministri, come se volesse dir loro qualche cosa: ma costoro avevano l'aria così indifferente, che egli non disse più nulla. Solo guardò la Camera: essa si era chetata, ma aveva un'aria dura e solida, una massa profonda di quattrocento persone che tacciono, aspettando. E dopo una quindicina di minuti, alle tre, l'oratore della destra, don Mario Tasca, cominciò a parlare dal più alto banco del penultimo settore, in mezzo a un silenzio di grande chiesa vuota: pianamente, il presidente del consiglio era entrato nell'aula e si era seduto alla punta del banco dei ministri. Don Mario Tasca, il vecchio bianco, dal collare di barba candido, dalla pelle rosea, parlava con una eleganza di forma, con una rotondità di periodo che talvolta il gesto della mano, circolare, accompagnava e compiva, come il movimento di una piccola ruota. Il discorso filava, filava, dolcissimamente, senza mai un abbassamento di voce, senza un'esitazione, come un canto d'usignuolo: l'oratore non guardava il ministro, guardava in aria, come un virtuoso; non si chinava mai a guardare le sue note, come uno che conosca la sua parte a memoria. Ma in tutta quella dolcezza esteriore, il discorso suonava di rampogna: l'oratore non parlava nè di persone, nè di fatti, ma pur restando in una certa vaghezza di termini, diceva che erano state offese certe istituzioni e certe idee, a cui sin allora niuno aveva toccato. Era un discorso senza ingiuria, un po' nebuloso, forse, ma accusava: taceva i nomi, ma feriva le coscienze.

Il ministro ascoltava attentamente e ogni tanto sogguardava il presidente, che non si voltava mai dalla sua parte: gli altri ministri ascoltavano con attenzione profonda don Mario Tasca, che continuava nella bella fluidità della sua prosa: i deputati tutti rivolti verso la destra ascoltavano: lassù tutto il pubblico delle tribune si piegava ai parapetti: le due contesse, la bruna e la bionda, pareva che sorbissero le parole di don Mario Tasca.

Costui parlò per un'ora, appena appena pigliando fiato, senza bever mai, senza che mai il timbro della sua voce si alterasse di colorito. Egli incalzò il ministro, negli ultimi periodi, più brevi, sempre rotondi, a ruote sempre più concentriche, a rispondere se voleva continuare in questo dannoso sistema di noncuranza, di lasciar fare, di lasciar passare. Un lunghissimo, lunghissimo mormorìo di approvazioni salutò don Mario Tasca.

Il ministro, prima di rispondere, interrogò con l'occhio il suo presidente: ma costui scriveva; era inutile. Allora egli si alzò e rispose con molta pacatezza, con molta giustezza, riducendo la questione ai suoi termini minimi, dichiarandola di poca importanza, attenuando e sfrondando tutti i fatti, ricorrendo a una quantità di ragioni piene di buon senso, rinunziando al gonfiamento delle grandi frasi, che egli credeva inopportune. E discorrendo placidamente, si guardava attorno, interrogava i volti dei deputati, quasi volendone ricavare in loro approvazione. Ma i volti non si rischiaravano, chiusi, molto malcontenti: i deputati non erano soddisfatti, no, erano venuti nell'aula esaltati da otto giorni di discussione e di aspettazione, la questione era molto grave, il ministro voleva cambiar loro le carte in mano, riducendola a un piccolissimo affare.

Invano egli prodigava certe sue finezze di talento ingegnoso, certe sue risorse stringenti e lucide di logica: egli continuava a sbagliare la nota, non avendo intesa l'intonazione di quel giorno, non comprendendo che il vento era alla grande rettorica delle giornate di crisi. Sentiva lo scontento, ma non ne capiva il perchè: gli pareva sempre di poter vincere questa battaglia con le semplici armi della ragione, — ma un silenzio glaciale regnò nell'aula, alla fine della sua risposta. Poi Niccolò Ferro, il deputato radicale, chiese la parola. Il ministro aggrottò lievemente le sopracciglia: in quel minuto si accorgeva del pericolo.

Niccolò Ferro, l'oratore migliore della estrema sinistra, il parlatore lucido, freddo, imperturbabile, forte nella logica, come forte nella rettorica, chiarì così limpidamente la situazione, che non vi fu più dubbio. La dimostrazione di quel municipio era rialzata al suo vero e grande valore, era un segno del tempo, niuno avrebbe osato mai violare la libertà delle coscienze, sino a voler proibire o punire queste manifestazioni. Egli parlò della tradizione storica dei Comuni, di tutto il lungo sforzo italico per giungere a questo stato di libertà, ancora incipiente, ma che presto avrebbe avuto un largo sviluppo. Un consigliere è un uomo, è un cittadino: egli pensa come crede e agisce come pensa. Le istituzioni non decadono per mano degli uomini, ma decadono per la loro naturale corruzione: non sono gli uomini che le uccidono, ma le nuove idee che le distruggono. Fatalmente esse si imputridiscono pel germe morboso che contengono: nulla le salverà mai, quando il corrompimento è così avanzato. In fondo Niccolò Ferro era scontento e contento del ministro: lo dichiarava apertamente. Scontento perchè lui, uomo di libertà, aveva voluto quasi mettere in ridicolo la coraggiosa e audace manifestazione di quel municipio che agiva a viso aperto: contento, perchè sapeva bene che la fede antica non vacilla mai nel cuore degli uomini integri, malgrado le allucinazioni tiranniche del potere — ed era sicuro che giammai un atto di repressione sarebbe partito dalla volontà dell'illustre uomo.

L'illustre uomo aveva inteso tutto, torcigliandosi un po' nervosamente il mustaccio bigio: guardava Niccolò Ferro, il suo amico, con molta dolcezza, senza un rimprovero. Si sentiva affogare: sentiva lo sgomento della Camera innanzi all'audacia novella del partito radicale; sentiva l'equivoco in cui tutti lo volevano trascinare, amici e nemici, e contro il quale non poteva difendersi. Nè poteva dichiararsi solidale con Niccolò Ferro, nè combatterlo: e solidale, pel suo silenzio, lui, il ministro della Corona, tutti lo avrebbero creduto. Sentiva, in quel momento, il lungo errore di una politica troppo leale, solamente fondata sulla verità, solamente inspirata agli alti principii, astratta dalle persone e dai fatti, quindi poetica e fallace: una politica così poco pratica, che, ecco, prestava il fianco indifeso alla destra e alla sinistra. Tutto questo capiva l'illustre uomo; ma non poteva dire nulla. Forse, in quel frangente, il vecchio presidente del consiglio, parlando lui, con quella sua temperante bonomia poteva salvar la posizione: egli poteva metter a suo posto le paure mistiche e canore di don Mario Tasca, come le spavalderie intempestive di Niccolò Ferro. Ma il vecchio presidente leggeva una lettera, placidamente, come se si trovasse nella pace del suo gabinetto e non nel tumulto dell'aula.

La parola fu data all'onorevole Sangiorgio e subito l'assemblea si chetò; il presidente del consiglio alzò la testa canuta, e guardò fisamente il deputato di Basilicata, come se volesse leggergli nell'anima: il ministro dell'interno respirò, sollevato, immaginando che quanto nè lui, nè il presidente avevano detto, lo avrebbe detto Sangiorgio. Era intelligente, amico sicuro del ministero, non poteva che rimettere le cose al loro posto.

Invece, dalla prima frase crudele, l'onorevole Sangiorgio cadde addosso brutalmente alla politica interna, con un furore concentrato. Avevano detto troppo poco don Mario Tasca e Niccolò Ferro, come attacco e come difesa: le cose erano diversamente gravi, da un anno a questa parte; il più profondo disordine regnava nella politica interna, non vi era più nessuna guida, non vi era più freno, i pubblici funzionari agivano a casaccio, o non agivano punto, non avendo ordini. La politica interna era fondata sull'equivoco e sulla noncuranza colpevole: le teorie elastiche di libertà vi portavano la rovina. E questo tono acuto, quasi tragico, di attacco, doveva essere indovinato, era quello della giornata, perchè ad ogni frase la Camera mormorava per approvazione. Sangiorgio citò fatti: non era soltanto quello che dava da pensare, nè il primo; disse il numero delle associazioni repubblicane che in un anno era cresciuto a dismisura; citò i comizi che si moltiplicavano dappertutto; e gli atti di ribellione, non di quel solo municipio, non di quella sola Giunta, ma di altri pubblici funzionari; parlò di un prefetto che aveva consentito ad assistere ad un banchetto, dove era stato proibito di brindare al re, — e il ministro dell'interno, malgrado lo sapesse, malgrado gli articoli dei giornali monarchici, non aveva punito quel prefetto. I prefetti, i questori, i delegati, lasciati in balìa delle loro opinioni, della propria volontà, si abbandonavano ad atti di autoritarismo o di debolezza inqualificabile: ma la nota principale era la indolenza, una trascuraggine colpevole. Da Roma non partiva una circolare energica, mai: i rapporti dei più zelanti funzionari restavano senza risposta, o avevano una risposta ambigua: a Roma si facevano una quantità di deduzioni filosofiche e sociali, ma nessun atto di volontà. La Camera approvava tanto forte, che il suo presidente dovette due volte richiamarla all'ordine. Sangiorgio parlava con una speciale durezza di voce, con una brevità di accento e di frasi, con una tale aridezza di forma, che le più piccole cose facevano effetto: e parevano, quei fatti, tanti scatti di un'arma infallibile, tutti colpivano al segno, implacabili.