Era un atto di accusa, una requisitoria compilata con la crudeltà fredda di un magistrato, dalla collera legale e morale. Sangiorgio aveva la faccia rude e concentrata, i lineamenti immobili, non sorrideva, non gesticolava, non ricorreva a nessuna delle solite astuzie dell'oratore: pareva così profondamente sicuro e compenetrato della sua causa, che solo l'enunciazione precisa e glaciale bastava. Non faceva commenti, o quasi mai: era una enumerazione di fatti, passava dall'uno all'altro, dicendo, ogni tanto: ma non basta, vi è dell'altro. Questa frase, ripetuta ogni tre o quattro minuti, monotona come un ritornello tragico, faceva una grande impressione: dei brividi nervosi parea corressero lungo la spina dorsale di quel grande corpo che era la Camera.
L'aria parlamentare era carica di elettricità: nessuno scriveva, nessuno leggeva, tutti erano rivolti verso l'oratore, dei gruppi di ascoltatori si erano fermati sotto il suo settore; della gente era financo scaglionata sulla scaletta, quasi volesse bere le parole di Sangiorgio, in una esagerazione di attenzione. Lassù, nella tribuna diplomatica, la già bella, e ancora bella contessa Lalla D'Ariccia, il più sicuro barometro della crisi, era comparsa: ella non veniva che nei giorni di elettricità. Donna Luisa Catalani chinava la piccola testa fasciata da una veletta bianca, e, accanto a lei, donna Angelica Vargas piegava la bella faccia senza velo, tutta rossa ai pomelli, quasi esaltata dalla curiosità.
L'oratore riassumeva, con una forza di sintesi martellante sull'uditorio, tutto quello che aveva detto: e senza aggiungere osservazioni, senza chiedere risposta, senz'aspettarne, con un disprezzo di qualunque argomento, detto da qualunque avversario, propose, leggendolo, il seguente ordine del giorno:
«La Camera, disapprovando la politica interna del ministero, passa all'ordine del giorno, — Francesco Sangiorgio.»
Nel rapidissimo minuto di silenzio, si udì, chiaro, nitido, pronunziato dall'on. Schuffer:
— Perdio!
Poi sorse un tale vocìo, così alto, così irrefrenabile, che per cinque minuti il presidente scampanellò invano. Si discuteva nell'aula, sulle scale, nell'emiciclo, nei banchi, nelle tribune, dapertutto: le signore, da quella diplomatica, guardavano, guardavano, prese forse anche esse da un tremito nervoso.
E il forte e onesto uomo, che era ministro dell'interno, aveva ricevuti nel petto, senza muoversi, i colpi dell'onorevole Sangiorgio, quasi ammirando la forza del suo avversario: solo, verso la fine, come lo scioglimento di quella posizione si approssimava, un dubbio crescente lo assaliva. Dopo quell'attacco così vigoroso, fatto dal centro, da un ministeriale, da un uomo che aveva mostrato aver tendenze democratiche, la situazione era così grave, che solo la parola del presidente del consiglio poteva chiarirla. La difesa spettava al più vecchio, al capo, all'antico parlamentare. E un sospetto, sì, un nuovo sospetto, amarissimo, saliva dal cuore al cervello del ministro dell'interno: in quei cinque minuti di tumulto parlamentare, come quelle piante velenose del tropico che crescono in una notte, il sospetto gli si allargò nell'anima, immenso. Egli guardava il vecchio presidente, fiso fiso, come se volesse strappargli la verità, e temendo che una qualche emozione gli velasse la voce, non gli parlò, non gli chiese nulla: lo guardava, soltanto, aspettando che uscisse da quel silenzio, che scotesse quell'inerzia, che rivivesse, poichè dalla mattina pareva morto. Ma il presidente taceva e scriveva, carezzandosi con l'altra mano la barba. Allora il ministro, cedendo a un impeto del suo temperamento sanguigno, si piegò sul banco, per leggere che cosa scriveva il presidente. Niente scriveva: disegnava un pupazzetto, con molta attenzione di disegnatore, e si carezzava la barba con l'altra mano. E il ministro dell'interno si rifece indietro, calmo a un tratto, un po' pallido, senza sospetto. La certezza era venuta, innegabile. Egli sentì l'abbandono, sentì il tradimento. I colleghi, il presidente lo lasciavano cader solo. Erano già staccati da lui, come si fugge il morto, per nausea del puzzo.
Certo, il tradimento era completo, erano essi che avevano voluto liberarsi di lui, come di un braccio ammalato o di una gamba cancerosa. E la Camera non voleva più saperne di lui: lo sentiva. Quando il presidente della Camera gli dette la parola, per replicare, si udì la onesta e tranquilla voce dell'illustre uomo dire:
«Non ho nulla da aggiungere; accetto l'ordine del giorno Sangiorgio.»