—A che pensi, amore?
—Penso; lasciami stare.
—Dimmi a che….
—È inutile che tu lo sappia—rispondeva, inasprito, a un tratto.
Ella aveva pianto, la prima volta che le parlò così; ma, peggio, egli non si era accorto di quel pianto. Da allora, si era rassegnata a subire tutte le interminabili e tristi passeggiate nella campagna romana, senza parlare che quando lui la interrogava. Moriva di freddo e di tristezza, ma soffriva tutto questo per amore di Paolo. Quando rientravano in città, man mano, si veniva riscaldando: Paolo esciva dal suo silenzio. Ella sorrideva, di nuovo: e un'altra prova era passata.
D'altronde, a questi profondi assorbimenti di Paolo ella doveva cercare di assuefarsi, poichè, in casa, lo coglievano spesso. Loquacissimo e beffardo, insieme, ma graziosamente beffardo, egli cadeva, ad un tratto, in una mestizia taciturna che scombussolava, subito, tutto l'umore sereno e dolce di Adele Cima. Sdraiato, con la sigaretta spenta fra le dita, immerso in quei molli cuscini che erano così cari alle sue ore di riposo e di malinconia, Paolo Spada aveva l'aspetto immobile e triste, l'aria disfatta e triste, gli occhi socchiusi lasciavano errare uno sguardo vago e triste. Subito, Adele gli chiedeva:
—Hai sonno?
—No.
—Sei stanco?
—Sì.