—Mi sono necessarii.

—Oh!

—Le dispute riscaldano il sangue ed eccitano i nervi….

—E fan male alla salute,

—Del corpo, forse. Viceversa, fanno bene alla salute dell'anima, che è la sola interessante.

—La salute dell'anima? La vita eterna, cioè?

—No, cara—concludeva lui, con quel sorriso d'indulgente amore che gli spuntava. sulle labbra, quando ella diceva una sciocchezza.

Bensì arrivava il tempo in cui Paolo Spada abbandonava lui gli amici, non uscendo, chiudendo la sua porta, vivendo in casa per intiere settimane, fra le sigarette, il caffè e il lavoro. Questi furori di prosa e di poesia lo assalivano improvvisamente, dopo una gita nei dintorni, dopo la lettura di un libro, dopo aver ritrovato un vecchio pacchetto di lettere, ed egli si dava tutto a quel lavoro della composizione d'arte e della successiva scrittura, sommergendosi negli abissi della creazione e della forma, come chi da un altissimo picco si getta nel mare. Non conosceva più, Paolo Spada, in quelle sommersioni, nè misura di tempo e di spazio, nè fatti o circostanze, nè necessità o capricci, egli dimenticava l'ora del sonno come quella dei pasti, egli volentieri restava, in pieno meriggio, con le imposte sbarrate e la lampada accesa; inchiodato nel suo seggiolone di cuoio, chino sulla carta, levando ogni tanto, da essa, un par d'occhi nuotanti nelle visioni, o passeggiante per la stanza da studio, rapidamente, da un capo all'altro, a testa china, o leggendo ad alta voce, anzi declamando dei versi o della prosa, gettandosi, talvolta, da una sedia a una poltrona, ritornando al seggiolone, e, talvolta, cedendo al sonno, sul gran tavolino da scrivere, con la testa sulle braccia, come un fanciullo. L'amore? sparito, morto. L'artista si trovava nel gran tumulto interno che sconvolge ogni altro affetto e che trasporta nelle ansie e nelle ebbrezze della concezione e della procreazione d'arte, la febbre che lo ardeva aveva invaso e incendiato tutto il suo sangue, e le sue fantasime d'arte erano più vive, innanzi agli occhi della sua fantasia, più belle, più vive, più desiderate, più amate della vivente Adele Cima, che gli sembrava un'ombra vana e fredda.

Ella si rendeva un'ombra. Girava intorno a Paolo Spada con un passo così lieve che non si udiva, non urtava un oggetto, non faceva stridere una chiave, spariva dalle porte come se si dileguasse nell'aria. Così ella faceva, un tempo, quando aveva assistito sua madre gravemente inferma: le pareva di essere presso un malato, tanto lo stato fisico e morale di Paolo Spada le sembrava scombussolato, tumultuario, perduto ogni senso di realtà. Obbediente come un bimbo buono, ella lo aspettava con pazienza alle ore dei pasti, non andava a letto, talvolta, che tardissimo, vegliando accanto a lui, leggendo un libro qualunque il cui senso le sfuggiva, o dicendo il suo rosario, o stando immobile, oramai abituata a questa vita di statua. Lui, che giammai aveva potuto lavorare con una persona presente nella stanza o anche nella casa, tollerava perfettamente quella di Adele Cima, tanto ella si rendeva piccola, minuta, inesistente. Anzi, la voleva presso a lui. Era come un mobile che si ama, su cui si posano gli occhi volentieri e le cui linee corrispondono a non so quale bisogno estetico interiore. Talvolta, in un brevissimo, lucido intervallo, era vinto dalla compassione:

—Va a letto, cara,