—Fuma anche qui: non mi fa male—disse lei, mettendosi di nuovo i guanti, mollemente.
—No, no, tu devi dormire—rispose lui, con una tenerezza quasi fraterna.
Ma fra le pelliccie, gli scialli, le coperte, al caldo, ella si addormentò assai tardi. Teneva gli occhi chiusi, però, lasciandosi prendere da tutta quella dolcezza dell'amore e delle cose; ogni tanto, con un moto adorabile di stanchezza, li schiudeva e trovava gli occhi di Ferrante fissi su lei, così teneri, così amorosi che la magnetizzavano di nuovo, nella dolcezza.
—Non dormi?—chiedeva ella, vagamente, come se parlasse in sogno.
—Non ho sonno—diceva lui facendole cenno di chetarsi, sorridendo tacitamente.
Solo nel mezzo della notte, ella trabalzò, scossa da un grande fragore, vedendo una gran luce rossastra.
—Che è?—gridò, levandosi a metà.
—Niente, non aver paura: passiamo sul Po.
Sulle rive nere del fiume, nella notte, grandi cataste di legna secca bruciavano: attorno ad esse i guardiani del fiume vegliavano e si riscaldavano, temendo l'inondazione autunnale.
—Dormi, non aver paura—soggiunse lui, lasciando ricadere la tendina, sedendosi accanto a lei, passandole lievemente la mano sui capelli, per chetarla.