Quando ella si risvegliò di nuovo, all'alba, avevano già oltrepassato Mestre, erano sulla stretta lingua di terra che attraversa la laguna. E non si vedeva altro, da tutte le parti, che una grande estensione di acqua immobile, senza che un solo soffio ne agitasse la tinta argentina, opaca. Ogni tanto una pianta acquatica, senza fiori, senza foglie, cioè un cespuglio di rami nudi e neri, irti come spini, usciva dall'acqua: o un pilone nero, un po' inclinato, sorgeva dal fondo. Una lieve nebbia argentina ma senza luccicori fluttuava sull'acqua, e tutto l'orizzonte era della stessa tinta, senza che si potesse distinguere dove l'acqua finisse, dove cominciasse il velo di nebbia. Un vento umido e molle alitava. E il vagone parea molle di umidità, tutto il treno pareva andasse sull'acqua dormiente, attraverso la nebbia, fra il fiato umido e soffocante.
—Ecco Venezia—disse Ferrante, un po' ansioso, guardando più il viso di Grazia che il paesaggio.
—Non vi è—diss'ella, vedendo solo la laguna e la nebbia, tremando un po' nella voce, pallidissima.
Si risedette; due volte mise la testa fuori del cristallo, guardò attorno, lungamente; si passò le dita sulla manica, come per sentire se fosse molle di umidità. Alla fine, fra la laguna e la nebbia, sorse qualche profilo bigio di una massa più oscura.
—Ecco Venezia—ella mormorò, quasi fra sè.—Pare una tomba.
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Come tutte le altre mattine, fosse avvolto nella bigiastra velatura il Canal Grande e la chiesa della Salute, e lontano, laggiù, scomparisse addirittura il canale della Zuecca; o la lenta pioggia di ottobre piovesse solingamente su quell'acqua dormiente, su quella chiesa dormiente, su quei palazzi dormienti; o il biondo sole illuminasse i tenui azzurri del cielo e le sagome fini della chiesa e circondasse l'isola di San Giorgio in un'aureola di luce; come in qualunque mattinata, Ferrante entrando nel salotto pieno di fiori, trovò donna Grazia seduta, nel vano dello stretto e lungo balcone a ogiva, guardando vagamente il paesaggio. Ella portava sempre una delle sue vestaglie di lana bianca, dalla forma di peplo, che odoravano di violetta, poichè fra le arricciature di merletto del collo, fra le morbide pieghe del petto, alla cintura, spuntavano dei freschi mazzolini di violette. Ella guardava, con gli occhi fatti quasi più grandi e un po' vitrei dalla lunga contemplazione.
—Che hai?—disse Ferrante, baciandole le mani.
—Nulla—fece lei, con un piccolo sorriso.
—Mi ami sempre?