Per un mese di seguito Massimo e Luisa si erano riveduti spesso, ma per pochi minuti, sempre. Quando egli si affacciava al balcone, alla mattina, la trovava lavorando dietro alla persiana, e vedeva, al brillare di quegli occhi, che essa lo aspettava: quando egli rientrava alla sera, trovava la porta di Luisa socchiusa, ella dietro la porta, sorridendo, e si scambiavano qualche parola. Due volte, attirato da quell'irresistibile fascino di giovinezza, da quella irradiazione simpatica che mette attorno a sè l'amore, egli era andato a farle visita e contando di restar poco, era poi restato molto, tanto l'ingenuo e profondo amore della fanciulla lo commoveva. Egli la trattava con una tenera cortesia, con un'affettuosità repressa, e vedeva scintillare nei begli occhi tanta gratitudine, che la sua cortese tenerezza cresceva. Ma come i primi temporali di settembre ebbero spezzata, l'aria calda, egli sparve per qualche giorno, e invano, ansiosa, impaziente, infelicissima, ella lo aveva atteso sera e mattina. Infine, una sera, a metà settembre, ella lo vide rientrare; dalla porta socchiusa ella spiava: non osò chiamarlo, tanto le sembrò tetro il suo volto. Ma dopo un'ora, ella non ebbe più ritegno, e andò pian piano a bussare all'appartamento di Massimo. Il servitore, senza domandare nulla, la introdusse nel salotto: ivi, dietro la scrivania, sotto il gran paralume di seta rossa trasparente con merletti bianchi, Massimo scriveva. Era grave, pensoso, e si fermava ogni tanto a riflettere, con la penna appoggiata alle labbra: in una di queste pause, vide Luisa.
—Oh cara, cara—disse, levandosi e stringendole le mani—giusto…. vi scrivevo.
—A me?
Si era seduta dall'altra parte della scrivania e lo fissava, pallidissima.
—Mi scrivevate? perchè?
—Per…. nulla—disse vigliaccamente lui. Poi, vergognandosi, soggiunse presto:
—Per salutarvi. Parto.
—Partite?—esclamò lei, alzandosi a metà sulla sedia.
—Sì. Parto.
—Per poco?