I tre amici, come si avanzava l'ora pomeridiana, uscirono dallo stabilimento e si avviarono lentamente verso la spiaggia lagunare dove ancorava il vaporetto che doveva ricondurli a Venezia.

—Voi avete dovuto molto soffrire di quella morte—osservò mestamente
Grazia che camminava fra i due uomini, rivolgendosi a Giorgio.

—Molto: ma per poco tempo. Sapete che il mondo dove viviamo e la vita che facciamo, non ci permette di soffrire che intensamente.

—È vero—disse Ferrante.

—Però—soggiunse Giorgio—quella poveretta è stata per me la grande, fuggente, sparente, idealità, buona e pura di cui tutti abbiamo bisogno per vivere, sia essa una finzione o una realtà, una donna o un'idea. Intendete ora perchè chiamo Venezia un pietoso pellegrinaggio; perchè Venezia mi sembra la tomba dove è sepolta tutta la poesia della mia vita; e perchè quando mi sento divenire perverso a furia di frivolezze e di scetticismo, io vengo qui a ricordare la dolce creatura vissuta e morta solo per l'amore.

S'imbarcavano, soli, sul vaporino; poichè niuno faceva più il tragitto dal Lido a Venezia. Rosso, rotondo, come disco di rame arroventato, il sole tramontava, basso sull'orizzonte. Erano seduti tutti tre sulla terrazzina di prora e tacevano. A un tratto Grazia, scuotendosi, disse:

—Povera donna! Avrebbe potuto vivere, amare, esser felice….

—Chissà!—disse profondamente Giorgio.—Se non fosse morta lei, sarebbe morto l'amore.

—È vero—-disse Ferrante.

—È vero—disse Grazia.