Nè più sino alla sera riparlarono di tal soggetto: tennero compagnia a Giorgio fino a che egli ripartì, alle dieci e mezzo per Roma, discorrendo quietamente e freddamente di arte, di poesia, di viaggi, della società romana e napoletana, cui appartenevano. Invece di prendere la gondola, per ritornare alla loro casa, in quell'avanzata ora notturna, essi, per un tacito accordo, se ne andarono per le strette vie, a piedi, ombre rasentanti le alte muraglie dei palazzi patrizii, salienti e discendenti per i ponticelli, fermantisi ogni tanto, per tacito accordo, a contemplare le nere acque dei canali. Non si davano il braccio, non si tenevano per la mano, non si parlavano: andavano col capo chino, senza neanche guardarsi, quasi l'uno non si accorgesse più della compagnia dell'altro. La stazione era assai lontana, dalla loro casa; il tragitto era lungo e camminando così vi misero più di un'ora. Arrivati innanzi alla piccola porta di terra, con una chiave Ferrante la schiuse. Ma non entrarono: si guardarono, immobili, con una gelida occhiata.

—Addio, Ferrante—ella disse, glacialmente.

—Addio, amore—egli disse, glacialmente.

E si allontanò, nella notte. La porticina si richiuse subito. In ambedue, la grande fiamma era spenta.

TRAMONTANDO IL SOLE.

A Enrico Nencioni.

I.

—Chiarina, ti presento un amico, Giovanni Serra—disse la padrona di casa, mentre Serra faceva un grande inchino.

—Oh Anna, ma io lo conosco!—esclamò Clara Lieti, vivacemente, stendendogli la mano con un atto famigliare.

—Veramente? E come?—soggiunse Anna, con quel falso interesse mondano, che copre di amabilità la perfetta indifferenza.