—Peccato! peccato!—ella soggiunse, a bassa voce.

Cantavano, adesso. Era una signora bionda e fine che, in giovinezza, si destinava al teatro e che un felice matrimonio aveva tolta al palcoscenico. Ma ella cantava dovunque, sempre, appena le domandavano di cantare, posando il suo manicotto o il suo ombrellino, levando la testolina dal colletto di pelliccia che ornava la sua mantellina, come un uccelletto canoro che vive del suo canto e morrebbe, se non cantasse. Tutti tacevano, nel salone: donna Clara Lieti ora guardava la cantatrice, quasi non volendo perdere una espressione di quel volto, sereno nella soddisfazione del canto. Poi, voltandosi verso Serra, pianissimo, gli disse, con un sorrisetto malizioso, tutta mutata nel viso:

—Non vi siete ammogliato, poi?

—Io? E perchè avrei dovuto ammogliarmi?

—Dicevano….

—Voi ci avete creduto?—egli le chiese, mostrando per la prima volta una ansietà nel viso.

—No, mai.

—Volevo dire—replicò lui, tranquillizzato.

—Mai creduto, mai—riprese Clara, sorridendo.—Poteano passar gli anni, potevate viaggiare, cambiar paese, cambiar viso, dimenticare la patria, ma ammogliarvi, no!

E le balenò il trionfo, nel viso. Egli si ritrasse: una espressione di austerità, di nuovo, gli chiuse il volto.