—Scrivi, scrivi—disse la bella voce, un po' velata.

Invero, egli ebbe un minuto di esitazione, prima di scrivere: un leggiero pallore gli si distese sul volto: e parve che innanzi ai suoi occhi fluttuasse una immagine. Ma nell'aureola bionda dei capelli arruffati di Chérie tante scintille correvano gaiamente, attraverso il fiore rosso della bocca schiusa come un anello, i bianchissimi denti guardavano, guardavano ridendo e infondendo giocondità. Paolo Herz ebbe come una sferzata, come un sussulto di vita: una fiamma lieve fece dileguare il pallore del suo viso; egli scrisse, rapidamente. In piedi, fissando sulla carta quei suoi grandi occhi, che nuotavano nell'azzurro, Chérie seguiva quella mano rapida che scriveva. Con un gesto immediato, ella versò sulle poche righe un'arena micacea, azzurra a scagliette d'oro, e ripiegato il foglio, lo ripose. Va bene?—egli domandò, voltandosi e sorridendo.

—Benissimo—ella rispose, con voce lenta, come pensando ad altro—È scritto, adesso.

—Quello che è scritto, è scritto—e si levò, portando negli occhi il desiderio di quella giovinezza, di quella bellezza.

Mutamente, con dolcezza, ella si sciolse da quel tentativo di abbraccio.

—Perchè no, perchè no?—egli domandò, con ansia, con tristezza.

—Così—ella disse, con una smorfietta graziosa.

—Se ho scritto!

—Tanto meglio.

—Siete voi una volgare civetta, Chérie?