—Alle undici.
Fu un soffio, quella voce, sulle due ultime parole; un soffio che era una carezza, un bacio, un abbandono. Egli s'inchinò profondamente, innanzi a lei: le prese la mano, che ella gli stendeva e la baciò appena, sfiorandola sulle dita ripiegate.
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Nel cadente pomeriggio di autunno e nella sera, Paolo Herz portò nei sensi e nel cuore una ebbrezza di vita traboccante, come da tanto tempo non aveva mai provata. Una improvvisa primavera era rifiorita nella sua anima e gli parvero persino odorosi e voluttuosi i pallidi crisantemi, e ricche e appassionate perfino le povere rose thea, fiori di novembre, che egli mandò, da tre o quattro fiorai, in casa di Chérie. Tutto un novello calore gli inondava il sangue e gli saliva, a sbuffi, al cervello, come se, debole e convalescente, egli avesse bevuto un bicchiere di vino generoso. Egli andò per le vie a piedi, guardando la gente e sorridendo ad essa, come se la conoscesse: si fermò a una quantità di vetrine, incantato delle cose belle che serravano, e volendo cercarne una bellissima per donarla a Chérie. Un bisogno pazzo lo assaliva di parlare, di ridere, di spendere molto denaro, di vivere largamente, con quella donna accanto, immersa nelle più raffinate e più ardenti eleganze: un rigoglio di giovinezza eccitava tutto il suo organismo e gli dava un bisogno assoluto di esser felice materialmente e moralmente, nelle braccia di quella donna così giovane e così bella, dalla voce così toccante, dalle parole così voluttuosamente tenere e non scevre di malinconia.
Innamoratissimo! In quelle non molte ore che lo dividevano dalle undici di sera, egli ebbe quasi sempre la allucinazione fresca e fiammante, insieme, della persona di Chérie. Ora pareva che lo guardassero quei grandi occhi azzurri, dalla cornea non bianca, tutta a riflessi azzurri, dalle ombre azzurre, sotto le palpebre: e gli sembravano un mare di dolcezza, senza nessuna velatura di malizia, di perfidia, di quelle malaugurate cose odiose, che tante volte appariscono, spesso involontariamente, negli altri occhi femminili. Ora pareva che, innanzi a sè, si muovesse l'alta persona un po' troppo alta, ma così veramente flessuosa: e l'innamoratissimo pensava che, Chérie, quando era sdraiata sul gran divano, sembrava più piccola, pur conservando la grazia e la nobiltà della sua figura. Talvolta, in una allucinazione anche più palpabile, sotto i suoi occhi, a breve distanza, gli sembrava che apparissero e sparissero quelle mani bianche dalle dita troppo cariche di pietre preziose, dalle vene di una delicata tinta fra l'azzurro e il violaceo, dove vi fosse anche del grigio: e più ancora, più ancora, egli ebbe, due o tre volte, la sensazione di quel bacio, di quel solo bacio, che egli aveva dato sulla bella bocca e dalla quale lo aveva ricevuto, trovandovi il senso fuggevole, ma profondo di un aroma misterioso. Egli si sorprese, o piuttosto non si sorprese punto, anzi si dilettò a pronunziare spesso il nome della diletta, con lentezza e con passione, con una costante espressione di desiderio e d'invocazione:
—Chérie, Chérie, Chérie!
Egli andò in una trattoria di prim'ordine, verso le otto; e si ordinò un pranzo squisito. Aveva un grande appetito, egli che non mangiava da tanto tempo che per cibarsi: gli amici si accostarono a lui, scambiò saluti, parole, scherzi con tutti: offrì del kummel, delle sigarette. Rise molto.
Ma temendo di sospingere troppo l'ebrezza che lo teneva dal pomeriggio, non volle bere vino e liquori: viceversa, fumò molto, cercando addormentar l'impazienza dei suoi nervi, volendo dimenticare l'ora del convegno, per ricordarla, ad un tratto, quando fosse prossima, con immensa delizia. Innamoratissimo, anche quando uscì nel freddo e nell'ombra della via e rientrò nella sua casa deserta: egli ardeva di passione, come un giovanotto ventenne al suo primo convegno d'amore e si andò a guardare nello specchio, per vedere se era abbastanza bello per quella bellissima donna.
Due ore ancora, lo dividevano dal convegno di Chérie. Egli aveva già fatto per le vie dei giri rapidi e lieti, incantato della serata di autunno, seguendo con lo sguardo le donne che passavano, udendo con delizia dei piccoli brani di colloqui d'amore, da qualche coppia che passava. Era il momento in cui tutti si recavano ai teatri, ai caffè, ai ritrovi serali: e gli pareva di scorgere, a Paolo Herz, nel volto di tutti quanti, come un desiderio intenso e frettoloso, un pallor d'ansietà, la voglia di arrivar presto dove era il proprio amore, il proprio vizio, la propria consuetudine. Egli stesso, ogni tanto, fremeva d'impazienza: ma era una impazienza voluttuosa e tranquilla, insieme; qualche cosa di profondamente desideroso, ma di placido nella certezza della imminente soddisfazione. Pure, quell'andare per le vie, tutto solo e rapido nella sua estasi, a un certo punto gli spiacque. Temette che quell'ardore giovanile onde vibravano gaiamente le sue vene, svanisse al contatto troppo prolungato dell'aria notturna: egli voleva conservare, intatta, tutta la rinnovata fiamma messagli nel sangue, nei nervi, nel cuore da Chérie. Rientrò a casa sua; avrebbe aspettato, sdraiato, tentando di leggere—avrebbe potuto leggere?—tentando di sognare—oh, avrebbe certo sognato!—sino all'ora di recarsi direttamente dalla bella e ammaliante donna.
Subito, in casa, fece accendere dal suo servo tutti i lumi: non amava le penombre, quel suo rigoglio di vita: aveva necessità di chiarore largo, di visioni nitide e precise. Si gittò in una poltrona, prese un libro: ma i suoi occhi s'immobilizzarono sovra le righe nere, senza intenderle: e ancora la snella figura vestita di bianco gli riapparve nell'aureola bionda e scintillante dei suoi capelli arruffati di bimba, col collo un po' gracile fra i merletti della vestaglia e il passo ritmico, ondeggiante senza rumore.