—Avevo giurato… avevo giurato di restar fedele a quest'amore solitario… sempre… e avevo tenuto il giuramento… per tanto tempo… e ora, ora, ora!
Si prese la testa fra le mani, per nascondere le lacrime che gli salivano agli occhi.
Vedendo quell'uomo piangere, Chérie si curvò su lui, gli liberò il volto dal velo delle mani, gli passò delicatamente il suo fazzoletto sugli occhi, con un atto materno. E non seppe dire altro che la parola che si dice agli sconsolati, a coloro cui è morto qualcuno:
—Non piangere, non piangere così…
Ma una suprema debolezza aveva atterrato Paolo Herz, sorgente da tutta la sentimentalità quasi muliebre del suo spirito: egli piangeva come un misero, come un bimbo, come una donna, preso, appena appena ogni tanto, da un accesso virile di collera. La istessa pietà di Chérie che egli intravvedeva vagamente, quasi senza intendere da chi venisse e come e perchè, aumentava il suo irrefrenabile dolore.
—Ma non piangere, non piangere tanto, infine…—mormorava lei, seguitando a comprendere poco e non sentendo che la compassione semplice per un dolore grande e ignoto.
—Ah io sono infelice… un povero infelice… il più povero e il più infelice uomo della terra… quello che non ha pane, che non ha tetto, che chiede l'elemosina, nella via, è meno miserabile di me… io ho perduto tutto… tutto è finito…
Chérie pensava, naturalmente. «Ma se ella non lo amava più, da tempo, che cosa è dunque finito? chi ha tradito Paolo?» Però nulla ella diceva, di ciò, intuendo un mistero dell'anima, che non poteva nè misurare, nè apprezzare. Prono sul divano, singultando, Paolo continuava a dire:
—Tutto è finito… tutto è finito.
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