Fu un pallido uomo, distratto, smemorato, senza volontà e senza forza, quello che seguì Chérie, nel viaggio malinconico che essi intrapresero a traverso l'Europa. Paolo Herz si lasciava condurre, di treno in treno, di città in città, di albergo in albergo, come una creatura inerte, incapace di reagire, poichè era incapace di agire. La loro vita era singolarissima. Tutte le cose esterne del viaggio erano regolate da un servo che prendeva gli ordini da Chérie, alla mattina: e tutto si compiva, senza fretta, senza rumore, con la taciturnità e la compostezza di persone che portano seco un malato. Egli, forse, fisicamente, malato non era; ma tutte le corde dell'energia infrante, spenta ogni iniziativa, il suo spirito era prostrato nell'invincibile abbattimento, da cui non si risorge, salvo una crisi violenta. E niuna cosa e niuna persona, più, poteva dare all'anima e ai sensi di Paolo Herz la scossa che li doveva vivificare o uccidere. Egli si lasciava condurre dappertutto, docile, obbediente, senza mai un atto di ribellione, senza una parola di rifiuto: Chérie regolava la sua vita; e come un fanciullo, come un malato, egli viveva secondo Chérie. Ma, un fanciullo senza sorrisi e un malato senza speranze, obbediva alla bellissima donna, dalla florida chioma bionda e dai begli occhi azzurri: mai gli usciva dalle labbra una parola, che desse segno di una sua risurrezione. In pubblico, veramente, egli non sembrava che un uomo triste senza essere acerbamente addolorato, taciturno per sua elezione, non tetro: egli accompagnava la donna nelle passeggiate, nei teatri, nei pubblici ritrovi, correttissimo, smorto, parlando con lei due o tre volte, in una serata. Non aveva neppure l'aria di annoiarsi: aveva l'aria di vivere, senza vedere e senza sentire la vita.
Ma quando restavano soli, solissimi, in un vagone, in un salotto di albergo, Chérie e Paolo, egli lasciava che la sua fisonomia esprimesse tutta l'angoscia che premeva, perennemente, il suo cuore. Senza dir verbo egli si abbandonava sovra una sedia, esausto dallo sforzo di vivere: tutta la sua orribile miseria, lo mordeva, nella carne e nel cuore; ed egli provava lo spasimo dell'irreparabile.
La donna non gli domandava nulla. Decisa a compire sino all'estremo il suo ufficio d'infermiera ella restava le lunghe ore, accanto a lui, silenziosa, vigile, seduta in una poltrona, così immobile e così taciturna che egli dimenticava perfettamente la sua presenza. Ma ella vegliava! Nel vagone, ella lo vedeva agitarsi, levarsi, aprire e chiudere i cristalli, incapace di trovar pace, seguendo con occhio smarrito la fuga delle campagne e dei villaggi, innanzi al treno, guardando giù, con qualche cosa di disperato, nello sguardo. Nell'albergo, ella lo vedeva inquieto, senza requie, andare e venire, non potendo liberarsi del suo indicile tormento. Sino a tardi, essa aspettava: poi si levava, andava, a lui, gli diceva, dandogli la mano:
—Buona notte.
Macchinalmente egli rispondeva:
—Buona notte.
Ironico augurio! Ella giovane, senza preoccupazione altro che quella pietosa, per il suo amico, stanca del viaggio, si addormentava del suo bel sonno senza sogni: egli combatteva ogni notte una battaglia con l'insonnia. In quelle ore di solitudine, Paolo Herz era avvilito da un profondo senso di degradazione. Il tradimento che aveva commesso, così brutalmente, obbedendo al cieco istinto sensuale che si era avvolto nella luce lusinghiera di un novello, giovane, fresco amore, questo tradimento compiuto con entusiasmo fisico, con un delirio di tutto il suo essere terreno, gli sembrava, ogni giorno più, una deturpazione, una violazione del più prezioso tesoro che egli conservasse nel suo cuore: il suo amore. Si sentiva vile, sporco, cinico, macchiato dall'indelebile peccato della carne, simile a qualunque animale senza intelletto e senza cuore; faceva orrore a se stesso.
Giacchè poteva Luisa Cima non averlo amato mai, o averlo abbandonato crudelmente, dopo un breve capriccio; poteva egli essersi disperato di questo abbandono, nelle lunghe cogitazioni delle sue ore solinghe; poteva egli aver sentito la fine della sua esistenza di amante; ma questo era un fatto fuor di sè, che egli subiva, che egli pativa, come Gesù sofferse la Passione. In quella orrenda disperazione il suo amore restava puro, schietto, alto: amore doloroso, amore straziato, amore spasimante, ma senza peccato, senza decadenza, senza degradazione. Luisa Cima aveva potuto togliergli la sola felicità della corrispondenza amorosa, gli aveva levato il bacio e lo sguardo, il sorriso e la parola: egli non aveva più un'amante, egli non era più un amante: ma egli era un innamorato! Ciò che viveva nel suo cuore, l'amore, era intangibile: la piccola donna dal viso appena roseo dagli occhi neri, dolci e maliziosi, la perfida donna dai capelli neri, morbidi, fini, lucidi, come se fossero bagnati, poteva infrangere tutto, fare una rovina di tutto, ma non toccare l'amore nell'anima di Paolo Herz. Oh quello era collocato in un posto sicuro, chiuso, messo nell'arca santa che niun mortale può violare, nell'arca del pensiero e del sentimento! Ella avrebbe potuto spezzare la fronte di Paolo Herz, attraversargli il cuore con un pugnale, non vincere quell'idea e quell'affetto. Questo orgoglio aveva sostenuto Paolo, nelle lotte atroci contro l'abbandono: questa fierezza del suo amore, che era suo, che niuno poteva levargli, mai, che niuno poteva nè offendere nè ferire!
Ebbene, egli stesso, volontariamente, aveva aperto la porta del tabernacolo, spezzata la santa reliquia e rovesciato l'altare: egli aveva rinnegato non l'amore di Luisa Cima ma il suo: egli aveva tradito, non Luisa Cima, ma se stesso: egli aveva disperso al vento, per sempre, tutto il suo tesoro. Giammai più, giammai egli avrebbe ritrovato la fermezza fiera, il candore appassionato, la nobiltà ardente, la fedeltà incrollabile, che erano le virtù alte di questo amore. Aveva tradito: aveva tradito. Le parole sacre della passione che sono sacre, sol perchè dette nella sincerità e nella profondità di questo sentimento, egli le aveva dette a un'altra mentendo: le sue labbra avevano baciate, delirando di amore, quelle di un'altra donna, e il suo delirio era falso, era un inganno dei sensi: egli si era dato a una donna e aveva avuto una donna, ma un'altra! Il tradimento era più brutto, più sporco, più laido, perchè compiuto così, non contro l'amante, ma contro l'amore, non contro Luisa, ma contro sè. L'incanto era spezzato; ogni santa magia era distrutta: ed egli era un essere volgare e vile, un essere povero e infelice, una creatura senza dignità e senza orgoglio, senza rifugio e senza conforto.
Oh notti atroci! Egli espiava, in quelle notti, la notte del suo peccato: egli la espiava in tutte le forme, le più crudeli: egli si odiava e si disprezzava: egli che si era creduto grande e puro, innanzi alla perfida Luisa Cima, adesso si sentiva mille volte più basso di lei. Le ragioni naturali della vita erano infrante: i legami che uniscono l'uomo all'esistenza, la speranza nelle cose e negli uomini, la fede in se stesso, erano sciolti, per sempre. Aveva tradito! Possedeva una cosa bella, onesta, superba, e l'aveva insultata e calpestata; da se stesso, aveva espulso dal suo cuore ogni sorgente di tenerezza e di orgoglio e l'aveva contaminata. Traditore, infedele, impuro, egli, in certi momenti, accostandosi allo specchio, nel vedere il suo pallido viso, aveva ribrezzo!