E nel silenzio della gran casa deserta di provincia, in un'ora alta della notte, solo con la sua coscienza e con Dio, innanzi alle lontane stelle, egli giurò, a se stesso e all'arcano Spirito delle anime, che, per sempre, egli non avrebbe amato che Luisa Cima sino alla morte, e che giammai avrebbe violato la fedeltà a questo amore. Quello che egli non aveva mai voluto giurare, nella pienezza dell'amore corrisposto, nelle ore più alte e più larghe di felicità, lo giurò quando era stato abbandonato, quando la creatura crudele e perversa gli aveva volto le spalle. Era uomo, allora, ed era nel massimo vigore della sua salute e della sua mente; egli conosceva tutte le invincibili miserie della natura umana, tutti gli errori del sentimento, tutti i tranelli degli istinti, e sapeva bene che non si può giurare, quando si ama! Ma tolto bruscamente dalla realtà palpitante della passione, gettato in pieno sogno di dolore, esaltato dal suo spasimo, egli assurse ad un'idea più nobile e più pura di questo amore, egli credette poterlo collocare a tale altezza che nessuna delle umane macchie potesse lederlo. Quando Luisa Cima era nelle sue braccia, quando eran suoi la piccola anima malvagia e il leggiadro piccolo corpo, non aveva avuto fede nè in sè, nè nel sentimento: quando ella si era a lui strappata, per sempre, giurò, giurò che egli sarebbe stato suo, non più di nessun'altra, suo, suo, unicamente suo.
Egli navigava, così, in una allucinazione completa. Tutto il sentimentalismo della sua natura, adesso, trionfava sul resto della sua esistenza o ne trasformava ogni manifestazione. Di nuovo, egli scriveva a Luisa Cima, ogni mattina, ogni sera, delle lunghe lettere, come ai bei tempi, quando le ore brevi del distacco erano ancora abbreviate da questa corrispondenza epistolare; egli le faceva delle domande, delle interrogazioni quasi che ella fosse lì, per rispondergli, quasi che giammai si fosse interrotta la loro comunione di spirito. Queste lettere, egli non le mandava; eppure bizzarramente, egli ne aspettava la risposta, egli riprendeva a scrivere, rimproverando dolcemente l'amata. La sua illusione talvolta, si prestava a miraggi incredibili. Egli si faceva portare, da un giardiniere che aveva il gusto dei fiori, in quell'atroce paese di provincia, dei fasci di fiori, gli ultimi rami degli arbusti autunnali e li riuniva nel modo che ad essa piaceva: e mettendoli nei vasi, pareva che preparasse tutta la bellezza floreale di quell'antico nido d'amore, dove si vedevano, dove egli passava tante ore, anche senza lei, prima che ella giungesse, nella impazienza dell'attesa, dopo che ella era partita, nella contemplazione serena della felicità. Ah non dovea più giungere, Luisa, coi suoi piedini, trottanti nelle sue scarpette, col suo bel volto dietro la sottile veletta, ma che importa, egli l'aspettava ancora, egli l'aspettava sempre, egli l'amava ed era suo!
Il suo squilibrio si faceva più grande, come il tempo passava. La solitudine di quelle tristi giornate di autunno, in quella bruttissima casa vuota, l'aggirarsi sempre in quelle stanze deserte e sonore, il non uscir mai, il fuggire ogni contatto umano, creavano a Paolo Herz un ambiente strano, ma pur confacente alla sua allucinazione sentimentale. Privato di ogni spettacolo umano e di ogni sua seduzione, distratto da ogni cosa che questo segreto, taciturno amare non fosse, non sapendo, non volendo altro che amare solitariamente, sconsolatamente, disperatamente Luisa Cima, tutto era favorevole a questo ultimo sviluppo del sentimento. Nulla che non fosse grigio e monotono e mesto, intorno a lui; non una, delle lusinghe della vita che lo attirasse. In certi momenti, in una suprema menzogna che la sua anima gli diceva, egli credeva di aver disciolti i legami duri che vincolano l'uomo all'argilla: gli pareva di aver potuto compiere il miracolo di essere un'anima, solamente un'anima, fatta di una purissima essenza spirituale, nudrita di amor puro. Solingamente, egli ebbe un eccesso d'inane orgoglio. Gli sembrò di essere diventato una creatura perfetta. Egli solo sapeva amare. Cacciato via, egli si ostinava ad amare; abbandonato, egli restava costante; schernito, egli era ancora l'umile adoratore; brutalmente vilipeso, egli restava buono, onesto, fedele. Sovra tutto, fedele! In alto, in alto era messa Luisa, nel suo spirito e nessuna mano poteva tentare di abbatterne la figura, di toglierle quel unico posto. Nessuna mano! E, superbamente, egli credette che giammai prima, giammai più, nel mondo, una donna era stata amata, potesse essere amata, come Luisa Cima da Paolo Herz.
Nella metà di dicembre, in una notte freddissima, Paolo Herz decise di partire; e all'alba livida, gelida, egli entrò nel treno che lo doveva ricondurre in città.
VI.
Chérie era lunga distesa, sulle pelliccie bianche e morbide che coprivano un gran divano basso: e la sua testolina bionda arruffata si affondava nei piccoli e molli cuscini di seta bianca. Una gran vestaglia di mussolina di seta, tutta nera, a piegoline fitte, dal capo ai piedi, la vestiva mollemente e appena lasciava vedere, nelle sue onde nere smorte, i lunghi e sottili piedi, calzati di finissime scarpette nere, quasi senza tacco. Ella era sola: e non faceva nulla. Non si annoiava neppure. Teneva le braccia incrociate dietro il capo e guardava il soffitto a cassettoni del suo magnifico salone, così austero nel suo addobbo e nel suo mobilio. Ella non fumava, non dormiva, non sonnecchiava, non sognava: stava, così. Erano le tre pomeridiane, pioveva e il cielo era basso, plumbeo e triste. Paolo Herz entrò.
—Oh caro uomo, vi si rivede!—ella disse, con una espressione molto gentile e non mancante di cordialità.
—Non ero morto—egli rispose, formando un pallido sorriso.
—Non l'ho mai pensato. Lontano, eh?—e gli dette la mano.
Egli baciò quella mano, lievemente, ma la trattenne un pochino sotto le sue labbra.