Che dire? Che fare? Chi non ama, non ama. L'uomo tradito, almeno, può uccidere. Ma chi non è più amato, non ha neppure il diritto di uccidere, egli ha avuto la sua parte di bene, quando è finita, non vi è più nulla da chiedere, nulla da pretendere. Che fare? Imporre l'amore? Come, come? Esso non s'impone, che quando l'altro non ha cominciato ad amare ancora; non già, quando ha finito. Creare dal niente, con un miracolo, si può: far risorgere un un morto, no. Che fare? Domandare la pietà della menzogna, la carità dell'inganno? Luisa Cima non possedeva nè il dono della carità, nè quello della pietà: e si seccava di mentire, allo scopo odioso di prolungare una falsa posizione. Che fare? Provocare in duello qualcuno? Chi? Perchè? Luisa Cima non aveva trovato il successore, ancora. L'occhio avido e geloso di Pietro Herz che la sorvegliava, dappertutto, non aveva ancora scovato il rivale. Ella svolazzava, lieta, tenera, brillante, capricciosa, e libera, libera, sovra tutto, godendo tutta la sua libertà, con una voluttà che ella non nascondeva. Che fare? Uccidersi? Ma Paolo Herz, ardentissimamente innamorato, non finiva mai di sperare che Luisa Cima sarebbe ritornata a lui, un giorno, più tardi, più tardi.
—Tanto l'amerò—pensava che ella s'intenerirà, E poi, si ricorderà… —quale amore simile al nostro?
Tenace e inutile speranza. Ella non voleva tornare, ella non era tenera che superficialmente e tenera solo quando amava: ella si ricordava, sorridendo e non rimpiangendo; il suo arido cuore non si dilatava, nella nostalgia, mai! Ella non riceveva più le lettere di Paolo Herz, restituendogliele chiuse; ella non andava, dove lo poteva incontrare, o vi andava serena in tanta indifferenza, da essere scoraggiante; ella resistette a qualunque tentativo, dei più folli nell'audacia, che egli facesse, per avere un colloquio; ella non sapeva, non voleva sapere quante notti egli passasse sotto le sue finestre, vegliando, con gli occhi rossi dalle lacrime, col passo di un fantasma. Nulla!
Del resto, non aveva ella ragione, innanzi alla ragione, di agire così? Torto poteva averlo; Luisa Cima, innanzi al cuore umano e alle sue arcane leggi: ma ella si rideva di questo cuore umano, come di un fiore rettorico.
Il dolore per l'abbandono di Luisa Cima ebbe in Paolo Herz uno stadio acuto di una violenza folle ed inane. Egli commise una quantità di atti irragionevoli, furiosi e strazianti nello stesso tempo, ma che non ottennero nessun risultato, nè di riaprire il picciolo duro cuore di Luisa, oramai serrato per sempre all'amore di Paolo, nè di placare il tormento dell'abbandonato. Egli dimenticò ogni dignità di uomo, innanzi a lei, arrivando a tutte le viltà e arrivandoci inutilmente, egli si degradò in tutte le concessioni, in tutte le umiliazioni senza ricavarne il più semplice compenso, la finzione della pietà, in Maria: giunse, Paolo Herz, uomo, intelligente, fiero, nobile a farsi disprezzare ed anche, a meritare il disprezzo di quella femminetta frivola e crudele. Fu, anche, Paolo Herz, senza pudore nella sua disperazione: non avendo nè forza, nè energia per reprimerla, per dissimularla, egli la mostrò a tutti, agli amici e agli indifferenti, ai parenti e agli estranei, egli trascinò questa disperazione dell'abbandono, dappertutto, nelle vie e nei caffè, nei salotti intimi e nei teatri, nelle conversazioni lunghe e folte di confidenze, come nei discorsetti brevi e leggieri. Per qualche tempo, egli attirò schiette compassioni e false compassioni: il compatirlo, l'esecrare Luisa, fu di moda: poi, la gente s'infastidì di questo volto tetro; e il ridicolo finì per affogarlo. Vari dettero ragione a Luisa Cima; era troppo noioso, troppo affliggente, Paolo Herz, ed ella aveva fatto benissimo a piantarlo. Anzi, Luisa attrasse a sè molte simpatie; diventò oggetto di curiosità amorosa; e l'abbandono di cui ella aveva desolato il cuore di Paolo, le conquistò due o tre amori, in cui ella poteva scegliere, se volesse, il miglior successore. A un certo punto, dunque, quattro mesi dopo l'abbandono, Paolo Herz si trovò in uno stato d'anima, anche più atroce di quattro mesi prima: non solo senz'amore, ma senza stima: non solo senza felicità, ma senza coraggio per sopportare l'infelicità: non solo triste mortalmente, ma avvilito: non solo assorbito in un'idea ed in una immagine ma incapace di trovar distrazione: non solo disprezzato, ma disprezzantesi. Tutto il suo mondo interno era crollato: e nessuno, nessuno, nè gli altri, nè egli stesso potevano ricostruirlo. Pensava, spesso, di dover morire; decideva, spesso, di uccidersi. Ma Luisa la piccoletta timida, la paurosetta vezzosa, aveva anche reso vile Paolo. Egli non combatteva neanche più col dolore, come le creature umane che hanno ancora una volontà, correndo l'alternativa di vincere il dolore o di farsene vincere. No. Egli si lasciava colare a fondo, ma senza naufragio completo, ma senza catastrofe. La gente levava le spalle, infastidita, vedendolo. È un imbecille—dichiaravano gravemente molti sciocchi. Paolo trovava che quegli sciocchi avevano ragione.
Fu verso il novembre che Luisa Cima partì, col marito. Una terza luna di miele, si diceva, e non era quasi una malignità, tanto ella stessa lo faceva intravvedere, tanto ne sorrideva, con una gran tenerezza negli occhi scintillanti. Paolo Herz, non lo seppe che dieci giorni dopo la partenza: e nella immensa fiacchezza sua, non fece un passo per raggiungerla. Vagamente, nella sua testa si formava il progetto di uccidere il marito di Luisa, così, un progetto nebuloso e velato: ma il suo spirito a poco a poco cadeva in un torpore grande, quello che sovraggiunge dopo i grandi esaltamenti. Una sonnolenza morale e anche fisica finiva per dominare la sua vita, quella dei bimbi che hanno troppo pianto. L'autunno era molto triste: e in cerca di maggior silenzio, di maggior tristezza, egli andò via, una mattina, recandosi in un lontano e brutto paese di provincia, dove aveva una casa, dei beni, dei coloni. Intendiamoci, non era in campagna, non era in una villa, non era in una fattoria: ma proprio in una casa provinciale, fredda, nuda, polverosa: in un paese pieno di gente meschina e goffa: in un ambiente così assolutamente diverso, così contrario a ogni poesia, a ogni estetica, a ogni eleganza, che Paolo Herz potette veramente credere di essere lontano seimila miglia di cammino e cento anni di tempo, dall'ambiente dove aveva amato Luisa.
Fu in questo paese antipatico e in quella solinga casa che il dolore di Paolo Herz, si fece meno acuto e più profondo: fu colà, dove nulla e nessuno parlava al suo cuore e alla sua fantasia, che egli entrò in quel pericoloso, fatale periodo della familiarità col dolore. L'eccitamento folle era caduto: l'alta temperatura si era abbassata: l'acuzie si era moderata: ma l'infermo era entrato in una morbosità cronica, anche più temibile, poichè di queste non si guarisce. Innamoratissimo: non con la passione acre e mordente di un uomo che il giorno prima poggiava il suo capo sovra un seno amato e che è stato brutalmente scacciato da questo seno, ma col desiderio languido e lacrimoso di chi tende le braccia a una figura sparente, e le braccia ricadono vuote sul freddo e anelante petto. Non più, nel sangue, il bollore vulcanico che consuma l'energia e che lascia solo rovine fumanti, sul suo passaggio: ma il gelido, tenace brivido della solitudine amorosa, questo ribrezzo grande del non esser più amati, questo sgomento quasi infantile di chi si sente non protetto da nessun amore. La violenza era distrutta: ma restava la perseveranza, l'ostinazione, queste forme così spaventose del sentimento. Giacchè, in questa trasformazione dello stato d'anima di Paolo Herz, tutto il vecchio fondo sentimentale, soffocato nell'anima, prendeva il disopra, si allargava, si effondeva dovunque, si costituiva permanentemente. Le creature passionali sono, infine, le più fortunate, nelle battaglie dell'amore: la vittoria è rapida, l'intensità del trionfo è inebbriante, il dolore della fine è alto, ma breve, la loro guarigione è facile, ed è spontanea. Le anime sentimentali sono destinate alle lunghe e tenaci sofferenze, quasi sempre inutili e quasi sempre incapaci d'ispirare pietà.
Così, l'ossessione che l'immagine di Luisa Cima esercitava, in quel lontano paese, in quella bruttissima casa, sullo spirito e sui nervi di Paolo Herz, diventava sempre meno sensuale. Le scene di grande ebbrezza che, nei primi tempi, lo avevano torturato sino al delirio, adesso si allontanavano nelle brume della memoria: e tutto quello che era affetto, tenerezza, effusione di amore candido e buono, si faceva più preciso, più assorbente.
Inconsolabile rimpianto non tanto dei baci ardenti, delle supreme gioie, quanto delle miti carezze, delle dolci parole, delle voci amorose, delle soavi comunioni dello spirito! Inconsolabile, inconsolabile, il povero deserto cuore sentimentale, perchè gli era mancato per sempre il pascolo dei suoi più alti e più puri desideri, perchè gli era stato tolto l'amore, l'amore caro e bello, l'amore tutto giovinezza e tutto innocenza, l'amore che è sorriso, giocondità, festa celata del cuore e fulgore di luce negli occhi! Nei lunghi sogni Paolo Herz cercava di ricordare tutto, ogni scena, ogni motto, ogni intonazione del volto di Luisa, quando era giunta al convegno, quando ne era partita, cercava di fissare tutta la istoria sentimentale di questo amore: e nell'impeto solitario di un cuore ammalato della nostalgia d'amore, salivano ai suoi occhi le dolenti lacrime che nessuna mano di donna avrebbe rasciugato mai più. Poche, scarse, rare, gelide lacrime che chiunque ha amato con tenacia, con fedeltà, anche nell'abbandono, conosce bene: e che sono più amare e più corrodenti di tutti i singulti della passione. Gli si gelavano sulle palpebre, sulle guance, mentre il pallido viso dell'abbandonato ancora più si scolorava, nel lento, molle e ostinato dolore.
Così il suo amore per Luisa Cima, distaccato dalla immagine viva e parlante, finiva per adorare un fantasma assai più bello, assai più gentile: questo amore diventato solitario, monologo profondo di dolore, prima, di mestizia, poi, si sollevava dai bisogni terreni; questo amore, nell'abbandono, obbliava le oramai lontane feste della passione, e si spiritualizzava. Dai sensi liberati, dai nervi placati, dalle fibre atonizzate, l'amore di Paolo Herz per Luisa Cima, passava nelle contemplazioni dolci e dolenti sentimentali, viaggiava nelle purissime regioni dell'anima.