Poi pioveva sempre e ogni giorno Ciccotto e Canituccia ritornavano a casa bagnati fradici. Canituccia si metteva il panno rosso sul capo, ma rimaneva con la sola camicia attorno alle gambe, camminava nelle pozze d’acqua e fango, sferzata dalla pioggia, dicendo a Ciccotto:
Corriamo, Ciccotto bello di Canituccia, [pg!068] corriamo, perchè piove e ho tutto il corpetto bagnato, Corriamo, perchè a casa ci sta il fuoco e ci scalderemo.
Ma spesso il fuoco era spento e Canituccia andava a dormire, ancora inzuppata dalla pioggia. In quel mese di novembre, dissero in Ventaroli che Maria la rossa era morta a Capua di una tifoidea, e il parroco, dopo la messa, aveva portato l’esempio nella predica, facendo arrossire Concetta di Raffaele Palmese e Nicoletta di Peppino Morra che avevano qualche rimorso sulla coscienza. Dissero a Canituccia che la madre era morta, ma lei non capì nulla e stette ad ascoltare come una stupida.
In quel mese, però, Ciccotto era diventato così grasso e grosso, che non si poteva più menarlo a pascolare molto lontano: passeggiava gravemente. Invano Canituccia lo chiamava: esso non aveva più forza. La prima volta che lo lasciò per andare alla montagna a far legna, Canituccia nel bosco gli raccolse una quantità di ghiande e gliele portò in uno strofinaccio. [pg!069] Prima di uscire per correre alla fontana, per portare il mangiare a Crescenzo nei campi o per altro incarico, essa andava a dare un’occhiata a Ciccotto. Ritornando, prima di entrare in cucina, andava di nuovo a salutarlo. Si sgomentava un poco a vederlo così grosso, tanto più di lei, che era sottile come un manico di scopa.
Una sera, nel dicembre, venendo dalla fontana, trovò don Ottaviano il parroco, Nicola Passaretti e Crescenzo che discutevano vivamente: questi tre andarono poscia a visitare Ciccotto e parlarono di nuovo. Lei non comprese. Ma la sera del giorno seguente venne da Carinola Sabatino il macellaio e a Teresa si aggiunse Rosaria, la serva di Gasparre Rossi. Vi era una grande agitazione nel cortile e nella cucina: sul focolare una grande caldaia sopra un fuoco vivissimo: tutt’i grandi piatti, tutte le catinelle, tutt’i secchi disposti: in un angolo la stadera: sulla tavola coltelli, coltellacci, imbuti: Pasqualina, Teresa, Rosaria con le gonne succinte e i grembiuli bianchi. Sabatino andava e [pg!070] veniva con un’aria d’importanza. Canituccia guardava tutto e non capiva. Poi chiese sottovoce a Teresa:
— Che facciamo stanotte?
— È venuto Natale, Canitù. Ammazziamo Ciccotto.
Allora, traballando un poco, Canituccia andò ad accovacciarsi in un angolo del cortile per vedere ammazzare Ciccotto. Vide al vagante lume che lo trascinavano in cortile, che Nicola Passaretti e Crescenzo lo tenevano. Udì i grugniti disperati di Ciccotto che non voleva morire, vide il coltello di Sabatino che lo ferì nella gola. Vide che gli tagliavano la testa, in tondo in tondo, al collo, e che la deponevano sopra un piatto con un sostrato di lauro fresco. Poi vide squartarne il corpo in due parti e pesarle sulla stadera; udì le esclamazioni di gioia al risultato: un cantaio e sessanta rotoli. Ella rimase all’oscuro, nel cortile, nell’angolo. Passò il tempo, in quella notte di dicembre gelata. La chiamarono in cucina. Rosaria e Teresa, [pg!071] coi piccoli imbuti, ficcavano nei budelli la carne della salsiccia. Sabatino e Crescenzo badavano ai prosciutti e ai pezzi di lardo, mentre Nicola sorvegliava nel caldaione i lardelli bianchi che si squagliavano, diventando strutto e siccioli. Pasqualina, sopra un angolo del focolare, faceva friggere del sangue nel tegame. Tutti parlottavano vivamente, allegramente, presi dalla gioia di quella carne, di quel grasso, di quella prosperità, infiammati dal fuoco e dal lavoro. Canituccia restava sulla soglia, guardando, senza entrare. Allora Pasqualina, pensando che la bambina non mangiava da un giorno e che era momento di festa, prese un pezzo di pane nero, vi mise su un pezzetto di sangue fritto e disse a Canituccia:
— Mangia questo.
Ma Canituccia che moriva di fame, disse di no, semplicemente, col capo.