— Poveretta — mormorò l’uomo.

[pg!106] E si lasciarono, per sempre, senz’ira, in un comune sentimento di pietà.

*

* *

Il bimbo stava fermo innanzi alla vetrina di Natali, guardando le bambole vestite da ciociarine, i fantocci vestiti da arlecchino e le scatole dove annidavano le casettine dipinte e gli alberetti di trucioli verdi. Diceva alla serva:

— Se avessi quattrini, comprerei quel fratello Girard che fa le capriole con le mani e coi piedi: forse costa cinque lire e mamma non vuole mai spendere più di venticinque soldi. Comprerei anche quel sorcetto che si dà la corda e corre per la casa: la palla elastica non la voglio, perchè è brutta, perchè ne ho avute tante....

Allora, accanto a questo bimbo snello e pallido, di una bellezza pensierosa e sentimentale, si fermò una bambina. Era una ragazzina di sarta: portava uno scatolone ovale, coperto di [pg!107] pelle nera, con una larga correggia passata al braccio. Lo scatolone poggiava sul fianco e la faceva piegare tutta da una parte. Vestiva di nero, un nero stinto, dove diventato rossastro, dove verdastro: portava un cappellino di paglia nero, vecchio, circondato da un brutto nastro. Ella stessa era bruttissima, capelli rossi, viso macchiato di lentiggini, occhi senza ciglia, naso rincagnato. Essa, invece di guardare i giocattoli,

guardava il bambino, ascoltando i suoi discorsi. D’un tratto il bambino si accorse di lei e le disse:

— Quanto sei brutta!

Quella trasalì, ma non rispose, e restò lì, incantata, a contemplare quel bel bambino, dal labbro orgoglioso.