— Figùrati, ho due ore di libertà, un vero miracolo! Questa creatura non esce mai con me.

— Se lo conduci al Pincio, avrà freddo.

— Non lo conduco al Pincio. È vero, burattinello mio, che non te ne importa niente del Pincio?

— Non me ne importa, papino, purché tu mi conduca e la mammina mi metta l’abito di raso.

— Ai Prati di Castello ci farà umido — osservò la madre.

— Non lo conduco ai Prati — non lo vuoi far uscire, il bimbo? Sei gelosa eh?

— Ma che! — fece lei, dando una spallata.

E alzandosi lentamente, con una grande svogliatezza [pg!127] andando e venendo senza fretta, aprendo tutti i cassetti e tutti gli armadi, senza trovare nulla, la mammina bionda vestì Mario. Il quale ritto, in camicia, sul letto, agitava le gambe aspettando le calze e gli stivalini, scherzando con suo padre, buttandosi giù sul letto, facendosi solleticare, ridendo sempre, baciucchiando il suo papà bello che si abbandonava, ridendo, sul letto, anche lui. Più d’una volta, mentre gli tirava su le calze, gli allacciava gli stivaletti e gli abbottonava il vestitino, la bionda mammina si era chinata sul collo di Mario, come se avesse voluto dire qualche cosa in segreto al bimbo. Ma il papà era sempre lì, fermo ad aspettare, sorridente. La mammina sbagliò tutta la fila di bottoni e dovette ricominciarla. Mario fremeva d’impazienza, dimenandosi: il papà aveva già il cappello in testa e mammina cercava ancora un fazzolettino da dare a Mario.

— Gli dò il mio, Tecla, se gli serve.

— Non mi serve, andiamo, papà piccino.