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Dopo il forte momento della passione — nelle placide ore di conversazione, quando le confidenze sgorgano, in una espansione spontanea, quando l’intimità sa essere amichevole e amorosa, Flavia parlava volentieri dell’infanzia propria, di quel giocondo tempo, tutto sole, tutto baci, tutto confetti. Questi ricordi la esaltavano, e come se sognasse, guardando lontano, con la voce tremante di emozione, narrava ancora di quante dolcezze l’aveva circondata l’amore materno. Poi, una improvvisa malinconia spegneva quell’eccitamento, la voce si faceva fioca, ella mormorava, vagamente:

[pg!154] — La mamma... la mamma...

Quasi volesse sottrarsi a questa mestizia, prendeva le mani di Cesare, lo guardava negli occhi, dicendogli:

— Dimmi di te, amore, dimmi di te.

Cesare sorrideva, fumando ancora la sua sigaretta, nella beatitudine dello spirito appagato e tranquillo.

— Io sono stato un bimbo molto robusto, molto chiassoso e molto violento, amore. Ecco tutto.

— E niente altro?

— No, cara, niente altro.