— Allora... — diceva lei, crollando il capo — dimmi del tuo bambino.
Cesare si faceva serio per un istante e la fissava, come diffidente. Ma vedeva negli occhi di Flavia tanta umile curiosità, tanto interesse affettuoso, che il suo sospetto si dileguava. Allora, col suo sorriso orgoglioso di padre felice, egli le parlava del suo bimbo, che si chiamava Paolo come il nonno, che non voleva [pg!155] essere più chiamato bebè, perchè era grande, perchè aveva dieci anni.
— Ed ha i capelli molto biondi, come te? — chiedeva Flavia, profondamente attenta.
— Molto biondi e ricciuti. Va in collera quando gli dico che ha il parrucchino: è molto sensibile al ridicolo, non può sopportare che si scherzi con lui. Impallidisce, non piange. Va in un angolo e pensa: se gli parliamo, non risponde. Le sue malinconie sono quelle di un uomo.
— Forse è gracile — mormorava lei, impietosita.
— No, è sentimentale; troppo, forse. Bisogna che io gli faccia perdere questa sensibilità squisita: se no, sarà molto infelice. Se si abitua ad amar troppo, a desiderare troppo, a soffrire troppo per la mancanza di quello che ama e di quello che desidera, povera la mia creatura!
Un silenzio regnava, angoscioso. La conversazione, arrivata di nuovo alla passione, [pg!156] aveva perduto la placidezza e la soavità. Cesare tentava di ricominciare il discorso del bambino, ma anche questo si faceva scabroso: poichè a ogni momento, parlando di Paolo, appariva accanto la figura della madre, della giovane moglie tradita. E per rispetto alla donna che non amava più, per delicatezza verso quella che amava, non poteva pronunziare il nome della moglie innanzi all’amante. Taceva. D’improvviso, Flavia si rizzava in piedi, gli veniva accanto, e con quella sua dolcezza femminile piena di lusinghe, che ottiene tutto, gli diceva:
— Perchè non mi conduci il bambino?
La prima volta che Flavia gli fece questa strana richiesta, Cesare ebbe un moto di ripugnanza e le rispose vivamente:
— È una follia.