Ma Flavia non si scoraggiò. Ogni tanto, quando la tenerezza di Cesare per lei fluiva più larga, ella si faceva tutta buona, tutta pia, per chiedergli di condurle il bambino. Invano egli taceva o cercava di mutar discorso: Flavia [pg!157] vi ritornava, ostinata nel suo desiderio. Fino a che Cesare, infastidito che ella non comprendesse l’indelicatezza di questo capriccio, le rispose:

— Del bimbo dispone la madre e non vorrà mandarlo da te; dovresti intenderlo.

Una scena spaventosa ne seguì, in cui, volta a volta, Flavia si accusò per questo amore colpevole e ne accusò Cesare, pianse, si disperò, si contorse le mani, maledisse la sua esistenza sbagliata e il minuto odioso in cui aveva incontrato Cesare. Egli dovette consolarla; ma ella non si chetava, sfogando tutto il dolore lungamente compresso di una posizione falsa, avvilendosi sino a confessare i propri rimorsi, rimpiangendo tutto un ideale di famiglia, di pace casalinga, di onestà, a cui aveva rinunziato per Cesare. Egli dovette abbracciarla, mormorarle vaghe parole di conforto incerte e puerili — poichè quanto ella diceva, era vero — carezzarla sui capelli come una bimba malata, cullare questo dolore per addormentarlo, [pg!158] e infine prometterle che le avrebbe condotto, un giorno, presto, il bambino.

— Me lo lascerai qui, solo, con me, amore?

— Te lo lascerò, cara, purchè tu non pianga.

— Me lo lascerai, per un’ora?

— Sì, cara.

— O amore mio bello, o gioia mia! — fece lei calma, estatica.

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