— Sì, di sera. Io vorrei andare in teatro [pg!163] dove papà una volta mi ha condotto, con mamma. Ma ora papà non può accompagnarci più e andiamo a letto presto. Egli viene a casa molto tardi, di notte, molto di notte, e cammina pian piano, nell’altra stanza, per non farci risvegliare. Ma la mamma è sempre sveglia e sente: qualche volta sono sveglio anch’io — Ecco papà — mi dice lei, sottovoce. Poi, quando papà entra, a darmi un bacio, noi chiudiamo gli occhi e fingiamo di dormire.
— E ti bacia, papà?
— Sì: e se ne va via in punta di piedi, come è venuto.
— Non dà un bacio alla mamma?
— No — disse il bimbo, facendosi pensieroso.
— Tu, dunque, dormi nella camera della mamma?
— Sì: prima non ci dormivo. Ma papà andò a fare un viaggio di un mese, e mamma, che aveva paura di dormir sola, fece portare il mio lettuccio in camera sua. Dopo, ci sono restato.
[pg!164] Flavia si arrovesciò nella poltroncina, come se svenisse. Il bimbo la guardava co’ suoi occhi buoni e meravigliati. Ella non parlava, non trasaliva, non si moveva, e Paolo cominciava ad aver paura di questa bella signora tutta pallida. Egli stringeva macchinalmente il berretto e desiderava che suo padre tornasse, per andarsene. Poi, Flavia si scosse, levò la testa, e tanto dolore le si dipinse nella faccia, che il bimbo le tese le braccia come a sua madre, dicendole:
— Che hai?
Uno scoppio di pianto la vinse, mentre baciava quel bel bambino affettuoso, tutto sorpreso da quest’impeto. Le lagrime bagnavano le guance, il collo di Paolo.