— Non era possibile; — soggiunse il principe — miss Daisy non ha peccati da confessare.

— E lei, principe?

— Io? Ne ho troppi: e non poteva far inorridire il confessore. Venite via, Haiduck: lasciamo sole queste signorine. Esse hanno bisogno di parlare male di noi.

E il bel principe indifferente fece un gran saluto, infilò il suo braccio sotto a quello del brillante ufficiale ungherese e lo trascinò via. Ora le due ragazze sedevano sul divano, l'una accanto all'altra; con le braccia prosciolte, con le dita che mollemente stringevano il ventaglio. Sembravano ambedue molto stanche, come affrante: e il silenzio si prolungava fra loro. Quasi parea che l'una avesse dimenticata la presenza dell'altra, lontane ambedue le mille miglia, perdute, ognuna, nel suo sogno, dove la musica lontana faceva come da cullamento. Miss Daisy era diventata di nuovo così pallida, che era vinto il roseo smorto del suo viso: e la trionfante fanciulla bruna, accanto a lei, piegava la testa, come vinta dal sogno.

— Sei stata alla Trinità dei Monti? — domandò donna Clara a miss Daisy, improvvisamente.

— Oh no! — rispose miss Margherita, negando vivamente — oggi, poi, no.

— E perchè?

— Perchè non vado mai in chiesa, quando la sera vado al ballo.

— Siete strane, voi altre inglesi. Che ci entra il ballo con la chiesa?

— Appunto per questo. Bisogna seguire una linea sola, nella vita, Clara: e non piegare mai.