SOGNANDO
I.
Io mi rammento di un assai vecchio e assai malinconico libro di Carlo Dickens, intitolato I tempi difficili. Emana dalle pagine di questo romanzo dimenticato una di quelle acute e irrimediabili tristezze a cui neppure la indulgente e assolvente filosofia dell'autore osa trovare, infine, consolazione: onde colui che legge, piega il capo sull'ultimo foglio e sente salire, dal fondo della sua anima, tutto quanto v'è di segretamente doloroso. Questo romanzo narra, principalmente, la storia di un padre che ha due figliuoli, un maschio e una femmina, che egli ama molto, ma a cui, per un suo assoluto criterio matematico, egli impartisce una educazione, diretta solo a sviluppare le loro qualità positive, mentre tutte le facoltà fantastiche e poetiche sono, da questo padre, distrutte nello spirito dei suoi figliuoli. Egli è il nemico dell'immaginazione: la ritiene come una facoltà sconveniente e quasi simile alla follia. Dice, questo Tommaso Gradgrind, tali parole nella prima pagina dei Tempi difficili: — «Ciò che io voglio, sono dei fatti. Insegnate dei fatti ai giovanetti e alle giovanette, non altro che dei fatti. I fatti sono la sola cosa di cui vi sia bisogno quaggiù. Non piantate altra cosa e sradicate tutto il resto. Non è che coi fatti che si forma lo spirito di un animale che ragiona: il resto non gli servirà mai a nulla». E, così, i suoi due figliuoli riescono, per un certo tempo, due perfetti animali ragionanti: l'aridità più profonda e più larga regna in quelle due nature, poichè tutte le piante e i fiori e le frutta ne furono sradicati e inceneriti. Tommaso Gradgrind è orgoglioso dell'opera sua. Sua figlia Luisa e suo figlio Tom, a guardarli nell'apparenza, sono due macchine bene oliate che girano e gireranno così, fino all'ora della morte. Ma, ad un tratto, l'ingranaggio si ferma; e innanzi agli occhi del padre, prima stupefatto e poi straziato, si leva la figura desolata e convulsa di sua figlia, che ha accettato di sposare un uomo ricco o tronfio, non amato da lei, e che s'innamora di un altro: si eleva la figura del suo figliuolo diventato un ipocrita e un vizioso, il quale semina intorno a sè la vergogna e la sventura. E queste due creature delle sue viscere, agitantisi fra il dolore, il disonore e la morte, gridano la maledizione su colui che tolse ai loro cuori tutti i sentimenti di bontà, di tenerezza, di pietà, di poesia, di entusiasmo, con cui si lotta, vincendo e perdendo, nella vita. Essi imprecano contro una educazione che disseccò in essi tutte le fluide sorgenti sentimentali e che li lasciò in balìa di ogni tranello e di ogni seduzione, senza guida morale, senza sostegno della coscienza. Quando Tommaso Gradgrind s'accorge d'aver compiuto un'opera iniqua e scellerata, uccidendo nei suoi figli la forza che li avrebbe aiutati a vivere, è troppo tardi: invano il padre che fu così duro con sè stesso, coi suoi e con quanti lo circondano, s'intenerisce, si pente, perde la testa: il male è irreparabile. I suoi due figliuoli non troveranno mai più il sentiero che conduce alla quiete e all'affetto: Luisa sarà votata a un'eterna vedovanza, senz'amore, senza figli, senza dolcezze: Tom partirà per viaggi lontani, a redimersi dei suoi gravi falli, e morirà lungi dalla casa paterna, in un ospedale straniero. E intanto, intorno a questa intima e duplice tragedia, altra gente, molto più umile, molto più semplice, procede nella esistenza, soffrendo, è vero, versando tutte le sue lacrime, ma ritrovando, sempre, il sorriso della serenità, il riflesso di una speranza intima, la energia silenziosa per camminare fra i triboli, con gli occhi fissi in un orizzonte dell'anima che nulla velerà giammai.
E non siamo noi, di buona voglia e contro voglia, un poco Tommaso Gradgrind, tutti quanti? Purtroppo, nulla c'inspira più diffidenza che la immaginazione. Se un nostro amico mostra della esaltazione, giusta o ingiusta che sia, per qualunque cosa, noi lo guardiamo con occhio sospettoso e nell'affetto che gli portiamo, non manca un certo sgomento e una certa pietà. Se una nostra amica ha delle qualità di entusiasmo, se ella si trasporta facilmente e arde di zelo, magari per cosa impari al suo ardore, noi cerchiamo ricondurla, ahimè, alla verità quotidiana, le tarpiamo le ali con qualche discorsetto freddo, e ripetiamo anche noi, purtroppo, la regola del due e due fanno quattro, secondo la quale, pare, tutti dovremmo vivere. Il figlio nostro che più c'inspira tenerezza e più ci dà preoccupazioni, è quello che mostra troppa fantasia nei suoi primi componimenti scolastici, nelle sue prime lettere: noi ci affanniamo pel suo avvenire, quasi egli portasse in sè un pericolo permanente e minaccioso. La figliuola che più ci tormenta col suo carattere, è quella che ha delle idee poetiche per la testa, e i suoi genitori cercano di far presto a maritarla, per affidare in altre mani la cura di questo singolar morbo che è l'immaginazione. Le frasi che più si sentono ripetere in questo tempo, quali sono? Chi dice: — Siamo serii. — Chi dice: — Siamo pratici. — Chi dice: — Ragioniamo. — Anzi, tutti dicono, anche i pazzi: — Ragioniamo. — Giammai la ragione, la ragione pura, semplice e fredda, trovò tanti adoratori, tanti devoti, tanti ammiratori. Uno dei più grandi elogi che si possa fare, ora, a un uomo, è di dichiararlo, ahimè, pieno di senso comune; e il maggiore elogio che si faccia, ora, a una donna, è di proclamare il suo buon senso. Noi non tentiamo combattere direttamente, come il fatale protagonista del romanzo inglese, la immaginazione: noi non oseremmo mai distruggere completamente in un amico, in un figlio, in un'anima che ci sia cara, le facoltà candide spontanee vibranti della fantasia, onde tanta poesia si riversa sull'esistenza; ma noi tremiamo per essi, noi vorremmo che un miracolo, non fatto da noi, impietrasse il loro cuore troppo tenero, spegnesse i colori della loro fantasia e li lasciasse nella vita gelidi, forti, ferrei, senza gioie e senza dolori. Oh quanto la temiamo, noi, la vita, per noi e per quelli che amiamo!
II.
No, giammai la vita inspirò in noi tante inquietitudini, tanti sospetti, tanti timori: giammai noi fummo tanto oppressi dal peso dell'esistenza, e giammai lo trovammo così affannoso, così duro, così minacciante. La funzione del vivere, pensando, sentendo, agendo, ci sembra un continuo problema da risolvere, e l'aver compiuto altre ventiquattr'ore del nostro viaggio, ogni sera, ci dà quasi un senso di sollievo, mentre l'aprir gli occhi alla luce, ogni mattina, ci dà un senso di smarrimento, come se ci misurassimo impotenti a trascorrere la nuova giornata. Ogni passo che noi facciamo, ci sembra arrischiato: ogni fermata ci sembra mortale. Ogni nostro movimento è da noi troppo discusso, troppo vagliato, e noi andiamo egualmente dalla inerzia al pentimento, dall'azione al pentimento. Quanto migliaja di generazioni d'uomini trovarono facile e piano, a traverso il tempo, lo spazio, a traverso tutte le più varie condizioni, appare a noi irto di ostacoli, talvolta insormontabili: le più semplici azioni che esseri fatti di sangue e di nervi come noi compirono spensieratamente, sempre, per secoli e secoli, sembrano a noi talmente difficili da lasciarci scoraggiati. La scelta di una carriera, l'abbandono del cuore a un amore, un grande viaggio, una novella intrapresa, un matrimonio, un subitaneo cangiamento di cose, d'idee, di consuetudini, c'immergono nelle più amare dubbiezze, ci tolgono ogni equilibrio, spesso ci riducono alla ignavia morale, facendoci rinunziare a risolvere i problemi più incalzanti dell'esistenza. Chi è più spensierato, oramai? Mentre tutte le invenzioni della scienza, tutte le leggi della politica, tutte le manifestazioni dell'arte sono dirette ad appianare le difficoltà dell'esistenza, ogni giorno di più quest'esistenza pare un orribile nodo gordiano che è impossibile di sciogliere e che niuno è tanto audace da tagliare. Noi non vediamo innanzi a noi che erte montagne da ascendere, mentre deboli sono i nostri polmoni e fiacche sono le nostre gambe: non vediamo che deserte pianure da valicare, sotto il sole cocente, pianure senz'acqua e senza oasi, mentre già le nostre fauci son disseccate: noi non vediamo che un mare in tempesta da traversare, mentre già pende in brandelli la vela della nostra nave senza timone. Ma che ci è accaduto, dunque? Com'è che abbiamo dimenticato la scienza della vita? Come va che l'arte del vivere non è più nota? Chi ci ha tolto questa scienza e quest'arte? Chi diminuì e sperperò le nostre forze? Chi ha spezzato in noi la molla della nostra energia? Quale mano ha strappato a noi il velo che ci nascondeva la verità e ci ha resi timidi, trepidanti, quasi vili? Chi, chi ha ingrandito, innanzi a noi, la possanza della vita e ha ammiserito la nostra possanza?
È la fredda ragione che tanto fece. È la voce della ragione quella che vi parla, troppo spesso e forse unicamente, all'orecchio, e che vi dice, gelidamente, quanto voi siate impari all'avversario, nella lunga milizia che è l'esistenza. La fredda ragione v'invita a guardare in voi stessi, a misurarvi, a pesarvi, a calcolarvi; e voi sentite tutta la penuria del vostro vigore, le inevitabili eredità di debolezza che sono nella specie, le miserie del sangue e delle fibre, le limitazioni implacabili che mette la natura e che mette Iddio, le cadute fatali della volontà innanzi agli istinti che non si domano, le strettoie dove l'uomo si agita, e che la ragione, la fredda ragione, vi descrive, come la catena del galeotto che si porta sino alla morte. Parla al vostro orecchio la fredda ragione e vi mostra lo spettacolo della vita senza velo, senza aureola, nella sua nuda verità; e voi vedete che siano le vane promesse della gioventù, i fallaci giuramenti della passione, le lusinghe ingannatrici dei trionfi umani, le brevi ed egoistiche gioje dell'età virile, i tornanti amari ricordi della maturità e le tristissime decadenze della vecchiaja. Ah essa parla, parla tanto, parla troppo, la ragione, e vi mostra, sì, la via della virtù, ma ve ne dichiara anche tutte le spine pungenti, tutte le asprezze dolorose, tutte le privazioni inenarrabili, e, questa via lunga, ve la fa vedere senza poesia, senz'attrazione, senza fascino, attossicante alla bocca e al cuore come l'assenzio, senza altre consolazioni, senza estremi compensi. Sì, è vero, la ragione vi assegna, rigorosamente, quello che è il vostro dovere: ma questo dovere ve lo infligge in tutta la sua austerità, in tutta la sua crudeltà, in tutta la sua amarezza; ma quello che v'impone di fare, la ragione, cioè il vostro dovere, essa ve lo mostra così brutto, così disadorno, così disgustoso, che l'uomo si copre il volto con le mani, per non vedere: e la mortale fiacchezza lo colpisce e lo atterra. Tutto il congegno sociale, così bizzarro, così stravagante, così imperfetto, ma che non si potrebbe mutare, forse, che in peggio, la ragione ve lo smonta, innanzi, nelle sue ruote, e voi ne osservate tutti i traviamenti fatali, tutte le ingiustizie necessarie, tutte le infamie inevitabili e voi provate l'orrore mortale dell'uomo dinanzi ad una macchina mostruosa che lo deve schiacciare. Questo fa, la ragione. È il suo còmpito. Essa deve dirvi la verità; e non importa che questa verità sia il vostro dolore e la vostra morte.
III.
In un limpido raggio di luna che penetra nella foresta, sotto i grandi alberi dove si è addormentato il canto degli uccelli, mentre mille insetti notturni frusciano dolcemente, sovra un prato di erbe e di fiori, dorme Titania la bionda, regina delle fate. Bianca, tenue, quasi vaporosa, nella sua veste che pare di argento, velati i begli occhi azzurri da le sottili palpebre, Titania la bionda giace, sui fiori, tutta molle del chiaror lunare che pare tessa una trama scintillante intorno al candido viso e alla leggiadra persona. La foresta manda sospiri e profumi; poco lontano è Atene. Oberon, marito di Titania, marito tenero e dispettoso, malcontento che Titania si sia rifiutata a un suo lieve capriccio, decide di infliggerle una singolare punizione. Egli distilla sugli occhi di Titania dormiente un succo possente, un magico filtro: per esso, risvegliandosi, Titania amerà follemente il primo essere che incontreranno i suoi occhi, quale che sia questo essere, bello o brutto, elegante o triviale, intelligente o stupido: per questo filtro mirabile, la prima persona che apparirà a Titania la bionda, le sembrerà dotata di una bellezza sovrumana, e ogni suo atto, il più volgare, ogni sua parola, la più semplice, saranno per Titania una musica soave, un gesto incantevole. Titania la bionda si risveglia, come trasognata: e innanzi ai suoi occhi appare Bottom, un tessitore, un grosso bestione, che si è smarrito nella foresta, dove, coi compagni, artieri ateniesi, veniva a concertare una commedia, visto che questa povera gente, oltre a tirar la spola, a menar la pialla e a battere il ferro sull'incudine, si industriava anche a recitare, per guadagnar qualche soldo, sopra un teatrino di tavole. Bottom, fra costoro, è il più goffo: brutto, stupido, con grosse orecchie asinine, egli resta anche più imbecillito di fronte a Titania la bionda, la esile e lieve regina delle fate, innamorata di lui. La malìa di Oberon agisce, e la creatura che danza la notte sui prati, fra il coro delle sue ninfe, la creatura che beve la rugiada nel calice di un fiore, abbraccia il grosso bestione, rivolgendogli le più appassionate parole, e gli carezza le orecchie asinine amorosamente. Bottom è stato trasformato dal filtro miracoloso: tutto quello che gli manca, il filtro glielo dà: la sua goffaggine, il suo cretinismo, la sua bruttezza, colorite dagli occhi di Titania in cui il filtro agisce, prendono la parvenza della grazia, della bellezza, della seduzione; e tutta la foresta con i suoi fiori, i suoi profumi, le sue musiche arcane, s'inchina a colui che divenne il signore della sua regina: e le ninfe e i folletti e Titania istessa, trasvolante nel bosco come un'ombra leggiera, s'inchinano a colui che l'incanto fece bello come un dio!