Ma non tutti gli uomini possono essere poeti: Dio concesse questo dono fatale a pochi eletti, a poche aquile capaci di fissare il sole, ma, talvolta, destinate a morire fulminate. In cento altre forme, in cento altre manifestazioni del pensiero e dell'azione, lo spirito dell'uomo può volare nei cieli della grandezza. Da secoli l'umanità si dibatte contro i problemi che la turbano e l'attraggono irresistibilmente: e il piccolo gruppo di pensosi, a traverso il tempo, è cresciuto, cresciuto: dove uno è morto, dieci sono nati: un combattente è caduto, cento novelli guerrieri si sono avanzati. Legioni di smorti e pure ardenti lavoratori passano le loro giornate, curvi dai travagli che dà l'esercizio della scienza e dell'arte; schiere di ostinati ricercatori, allora manipoli, adesso schiere, domandano allo studio paziente e tenace, uno dei segreti dell'esistenza che una suprema ironia continua a nasconder loro, beffardamente sogghignando; il mondo racchiude, oramai, falangi di apostoli che rinunziando, con gli occhi serrati per non cedere alle tentazioni, a ogni comune bene, gittano la loro vita, perchè il destino dei loro fratelli sia meno grave, meno doloroso: tanto che quest'audace e misera umanità, ieri ancora inconscia, ma già inquieta, è oggi in un incessante spasimo di pensiero, in un febbrile movimento che mai si possa. Colui che, nel silenzio della notte, tenta fermare nel verso l'impeto di una passione, la luce d'un'idea, colui che dove tutto è tenebra, innanzi a sè, vede sorgere una immagine e tremante di gioia e di paura, vuol renderla in tutta la sua vivezza, colui che vuol mettere, nel nobile crogiuolo della forma lirica, tutto quello che freme in lui e che palpita intorno, il poeta, infine combatte una battaglia solinga e disperata, simile a quella di Giacobbe con l'Angelo: e la vittoria ha con sè così alte lusinghe, che è poco dare per essa la forza, l'amore e la vita. Ma le lotte di tante altre anime di artisti, di scienziati, di filosofi, di mistici, d'inventori, ma le torture che sono inflitte a costoro dalle cose nemiche e dagli uomini nemici, anche hanno il loro singulto che schianta il petto, anche hanno il loro grido lungo e roco, che fa impallidire chi lo ascolta. E spesso, tutta questa pugna è inutile e le vigorie degli uomini si sciupano, si disperdono in vani tentativi: spesso, colui che cerca, nulla trova: spesso, quando egli ha trovato, si accorge che quanto chiedeva e ha ottenuto, è inane, spesso il premio raggiunto, è destinato a onorare chi non l'ottenne: la vicenda delle cose umane ha sanguinose ingiustizie, delusioni terribili, scherni che fanno impazzire. Ah non solo il poeta può essere un eroe e può essere un martire; non solo! Il mondo ha altri martiri e altri eroi: più umili, più buoni, più oscuri; una folla di martiri e di eroi. Il poeta ha, nella vita e nella morte, un'ora di apoteosi: questi altri eroi, spesso, non l'hanno mai, e la polvere delle loro ossa tormentate, torna alla terra, oscuramente!
Ebbene, ognuno di questi uomini di pensieri e di volontà ha avuto la sua Musa, la sua ispiratrice; la tradizione sublime, la sublime eredità di Beatrice è passata nelle vene di tante altre donne, quasi tutte ignote: accanto a ogni anima che tentò strappare i veli crudeli che ci celano ancora tanta parte dell'ideale, vi è, sempre, noi lo sappiamo, sebbene nessuno ce lo abbia detto, vi è sempre un'altra anima, vi è un sorriso, vi è un bacio, vi è la donna, la donna che ispira, anche se la sua mente sia angusta, anche se il suo mondo spirituale sia meschino, anche se ella sia fatta di semplice beltà, anche se ella non sia bella, ma piaccia, anche se ella non piaccia, ma ami! Ride, perfida, dalle tele la donna che Giorgio Barbarelli amò e odiò, insieme, ma che gli dette, più largo e più umano, il senso dell'arte, onde il nome di Giorgio ne tiene alto il suo posto, nella pleiade veneziana: in una piccola via di Trastevere, una guida, un amico, vi mostra la finestretta donde la Fornarina attendeva, nei vespri di Roma, il suo Raffaello. Ella lo uccise, dicono: ma, veramente, ella rivelò al freddo e purissimo cultore dell'arte classica, all'adoratore della bellezza, greca, una beltà viva e parlante, una suffusione di grazia e di sorriso che solo l'amore potea ispirare: e se egli è vero che morì per lei, egli morì bene e la morte fa sapiente, colpendolo quando già il suo genio aveva dato tutti i suoi frutti, quando egli aveva detto la sua più grande parola. La vanità maschile dichiara pomposamente che il grande Leonardo non amò nessuna donna: ma nel Louvre di Parigi sorride misticamente e sensualmente la sua Gioconda, sorride con tanta finezza tanta malizia tanta seduzione e tanta perversità, che si comprende come questo ritratto di Monna Lisa, durasse, nientemeno, cinque anni e il cav. Giocondo, suo marito, assai s'impazientisse di questa lunghezza.
Il beato Angelico ha vissuto una vita di purità e di fede, piegato in adorazione davanti ai suoi ideali mistici: la storia, la critica non trovano nell'esistenza di questo piissimo artista la traccia di una sola donna. Eppure vi è! Ed è la Madonna, la ispiratrice di frate Angelico, la Madonna, che dolcemente gli appariva, nelle sue notti senza sonno, sulle colline fiorite di Fiesole, la città etrusca: è la Madonna che appariva al suo fedele, circondata dagli angeli oranti e cantanti le glorie del Signore e della Vergine! E se bene si guardasse in tutte le esistenze dei grandi, se si potesse ficcare lo sguardo in tutte le ore della loro vita, si troverebbe una figura feminile che li accompagna nel viaggio, che, forse senza neppure intenderlo, è la ragione segreta del lavoro e delle loro opere. Figure velate, è vero. Chi le conosce? Chi ne ricorda i nomi? Nessuno. Sono lunghe teorie di creature avvolte nei veli del mistero: sono processioni di anime di cui nessuno seppe la storia. Amarono, furono amate, ecco tutto: e forse non amarono abbastanza, non abbastanza furono amate, ma vissero nella casa dove un uomo di genio, di pensiero, di azione, visse, ma furono le compagne, le mogli, le amanti di un guerriero, di un conquistatore, di un filosofo, di uno scienziato, di un'artista, ma furono, accanto a lui, il simulacro della feminilità, il simbolo di Beatrice. E colui che le sogna, colui che sa che esse esistettero, anche se niuno ne ha fatto menzione, colui che induce la loro vita, colui che le indovina, figure immobili e sorridenti, figure fedeli, forse e, forse, infedeli, ma sempre piene di fascino, colui che intuisce la loro grazia e il loro potere, le vede, come sono state, nelle mille espressioni di mille vite diverse, negli amori e nelle passioni, negli affetti e nelle adorazioni, nelle tenerezze e negli entusiasmi, le vede, angeli, donne, femmine, talvolta, fatte per la felicità e fatte per la tortura ma esse sole sorgenti di tortura e sorgenti di felicità: le vede, legate a un uomo coi vincoli creati dall'amore, dal capriccio, dalla consuetudine, forse anche dal disprezzo e dall'odio: le vede, le più alte, quelle che intesero tutta la loro missione, vivere perchè egli raccolga tutte le dolcezze e tutte le ebbrezze, costoro, le dirette nipoti di Beatrice: le vede, le altre, quelle che non seppero comprendere, ma, almeno, si lasciarono amare, ma, almeno, misero tutta la loro bellezza in omaggio di un'arte o di una scienza. Che importa, se neppure il loro nome è giunto sino a noi? Che fa, un nome? Che dice una storia? Esse hanno esistito: la pruova della loro vita è nelle opere degli artisti e dei pensatori, degli scienziati e dei mistici. Esse hanno vissuto, giacchè l'umanità ha avuto le sue alte cime, giacchè l'uomo è stato grande. Pallide donne, rosee fanciulle, volti consunti dagli anni e dai dolori, fronti candide che non furono mai solcate da tristezze, cuori macerati nelle lacrime, bocche che seppero solamente baciare, esse furono: popolane amanti e costanti, grandi dame purissime e altiere, borghesi gentili e semplici, donne d'amore appassionate e crudeli, monache smorte sotto il biancore delle cuffie; innamorate, amanti, spose, mogli; tenere, dure, amorose, folli, spietate, adoratrici, adorate, viventi tutta una vita accanto a lui, o passandovi solo un giorno: apparendogli nel nimbo di una poesia quasi sovrumana e sparendo subito, per sempre, o servendolo umilmente, nella schiavitù desiderata e voluta dell'amore.
Talvolta, una linea di una statua, il colore di un quadro, una pagina di prosa, un verso parla di loro: talvolta, nulla. Ma in tutta la loro espressione e in tutta la loro suggestione di beltà o di grandezza, parlano i poemi e i quadri, parlano le statue e i libri, parlano le grandi scoperte e le grandi invenzioni, parlano le guerre vinte e i paesi conquistati, narrando la istoria grande della ispirazione feminile. Gli uomini dicono che una donna è incapace di fare un capolavoro. Forse: non lo so. So che vi è una donna, in ogni capolavoro di un uomo.
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Ma non tutte le donne possono essere innamorate, amanti, spose, mogli. Avete osservato quanto e troppo si parli dell'amore, in questo nostro tempo, e come questo elemento unico, egoisticamente attragga tutti gli sforzi degli artisti e tutte le ricerche degli psicologi? Avete notato come la passione che pure considera e riassume tutti gli ardori di tutti gli effetti, sia monocorde, nel mondo moderno, sia la sola passione d'amore quella che ci occupi e ci preoccupi, tutti quanti, attori e spettatori, soggetti di cronaca e cronisti? Avete considerato che il mondo moderno non si degna studiare la donna che nei soli rapporti del sesso, nella sola manifestazione amorosa, trascurando tutto il resto? Ama, non ama, non può amare, non vuole amare, non deve amare, non sa amare, non può vivere senza amare, muore di amore, muore per amore; ecco le sole questioni che opprimono gli studiosi e gli artisti. Ma dunque, non sa e non deve fare altro la donna, e veramente non sa e non fa altro, questa nostra donna? Null'altro? Ma dunque ella non esiste più, in tutti gli altri suoi affetti, ella non è più una figlia amorosa, ella non è più una sorella amorosa, ella non è più un'amica amorosa, ella non è più una cristiana pregante, ella non è più una donna che pensa, che sente, che vive, oltre l'amore? Possibile? Possibile? E giacchè nessuno psicologo, ahimè, nessun artista, ha potuto negare la tremenda verità ed è che l'amore sia un sentimento breve e fallace, un sentimento più degli altri soggetto a tutte le miserie, ed a tutte le caducità umane giacchè le limitazioni, le imperfezioni, le delusioni dell'amore non le può negare nessuno, giacchè esso, sovra tutto, è breve, breve, breve, vuol dire che la esistenza feminile conta solo, nel mondo sentimentale, per due anni, per un anno, per sei mesi? E le donne che non riescono a essere amate, le donne che non riescono ad amare? Non esistono costoro? È possibile? E quando non si può più nè amare, nè essere amate di amore, bisogna, dunque, veramente morire? Solo l'amante ha diritto di vivere, solo l'amante, è oggetto di analisi nei romanzi e nei trattati di psicologia? E la madre, signori, signore, la madre? La madre che è madre, sempre, col suo cuore, da venti anni sino alla morte, la madre il cui sentimento non teme il tempo, non teme il tradimento, non teme l'abbandono, la madre che ama, che è amata, oltre la tomba? La madre, il cui sentimento è rafforzato dall'istinto, più vero, più innegabile, la madre che ama con le sue viscere e col suo cuore, la madre il cui amore ha mille forme, mille furori, mille ardori, mille follie? O psicologi, o artisti, o figli, o ingrati!
Ma se, nell'assorbimento ingiusto e monotono, indizio di debolezza e d'impotenza dell'arte e della psicologia moderna, se in questa idea fissa dell'amore, se in questa monomania in cui quelli che pensano e che osservano restringono meschinissimamente la loro visione, è dimenticata questa forma così svariata e così nobile, così umana e così divina che è la madre, ella non perde, no, il suo fedele, costante, immutabile posto d'ispiratrice, che tenne nel tempo, che nel tempo terrà. Se l'amante prende un uomo e lo fa diventare un artista, la madre riceve da Dio un bimbo e dà alla società un uomo: e i germi della grandezza spirituale che l'amore fa fiorire, furono invero seminati, dalle mani materne. O anni dell'infanzia, quando, ai mistici che onorarono la filosofia religiosa e la fede, le prime preghiere furono insegnate da una cara voce e le manine furono congiunte da due bianche mani affettuose; o anni dell'infanzia quando, a coloro che furono grandi nella poesia e nella prosa, i primi libri furono aperti dalle stesse mani provvide e la testa materna si chinò accanto a quella del fanciullo, per rendergli più agevole, meno pesante lo studio; o anni dell'infanzia, quando i primi conati della mente trovarono i buoni, dolci occhi materni sorridenti incoraggianti! O voci di Dio, o voci dell'arte, o voci della scienza, non parlaste, voi, per mezzo della sua voce? Le sacre parole che accendono l'anima, le parole che dànno i sogni e che dànno le visioni, le parole che schiudono gli orizzonti, oltre i confini del mondo, non è, forse, lei che le ha pronunziate, per la prima?
Prima ispiratrice! Quando appena appena gli occhi del fanciullo si schiudono, intendendolo rudimentalmente, allo spettacolo del mondo, è la madre che gli addita la semplice beltà delle cose: più tardi, egli ne comprenderà il senso, più tardi, egli ne afferrerà tutti i significati, ma la impressione primiera, quella che uno sguardo sapiente e dolce gli indicò, rimarrà come sorgente eterna di ammirazione. Quando appena appena il cuore del fanciullo comincia a palpitare, amando qualcuno, è un cuore palpitante che si appoggia sul suo, è una parola tenera che gli spiega le ragioni e gli scopi dell'amore, è una guida amorosa che gli insegna perchè si deve amare e come si deve amare. Quando l'aspetto dei cieli immensi e le vivide stelle, e tutto l'organismo mirabile del creato e dell'uomo si rivelano confusamente al bimbo, la madre, prima ispiratrice di fede e di pietà, gli dice come Iddio volle questa grandezza a lui simile, come lui sublime. Spesso, nella infanzia, coloro che furono, più tardi, destinati a essere le fiaccole dell'umanità, non dànno segno d'ingegno più vivace: spesso, il loro mondo interiore, già esistente, non sa esprimersi. Ah che la madre vede quello che gli altri non vedono. Ah che essa sa quello che gli altri non sanno; ella ha il presentimento ed ella ha lo spirito profetico; e ciò che, più tardi, meraviglierà il mondo, non la stupisce! A questi figliuoli che già portano impressa sulla fronte il mistico suggello dell'idea, a questi figli che furono segnati dallo spirito, a questi fanciulli fatali, i cui occhi già cercano alla vita quello che essa non può dar loro che più tardi, per forza, per violenza, le carezze materne vanno più pietose, più soavi, già lenienti i primi segreti sussulti. Ah chi li conosce, questi primi sussulti dei fanciulli che saranno artisti e pensatori, chi li conosce e chi ne freme, di terrore e di orgoglio, se non voi, madre! Queste prime ansie che conturbano l'adolescenza e la rendono infinitamente triste, quando la coscienza dell'ingegno soffoca di emozione il giovanetto, voi le raccogliete, o madre! Siete voi che comprendete e cercate placare le subite e bizzarre ribellioni di uno spirito che si sprigiona dalla mediocrità, le malinconie lunghe e ingiustificate dei quindici anni, e la selvatichezza scontrosa e le fughe da tutti i contatti volgari: voi che intendete il segreto delle notti già trascorse alla lettura e allo studio, il segreto della mano che disegna e che cancella, il moto della mano che cerca sui tasti, qualche cosa che non giungo a precisare! Il primo aprirsi, sgomento e inebbriato dell'animo del vostro fanciullo, quando batte sul cuore l'arte e batte la scienza, quando il pensiero già martella nella testa, è spiato da voi e voi ve ne spaventate e ve ne inebbriate, come vostro figlio, e voi avete negli occhi la sua stessa luce di paura e di felice meraviglia, voi madre sua, madre di questo ingegno che si è svegliato e che vibra, madre di quest'anima che grandeggerà, domani!
Prima ispiratrice! Le opere di giovinezza così folte di cose e così ingenue, così ricche di energie accumulate e così simpaticamente inesperte, così audaci e così innocenti, queste opere di giovinezza, ritengono tutta la ispirazione materna. Vi spira dentro una tenerezza che, ahimè, sparirà successivamente, poichè la vita è amara ed è anche amara l'arte: vi è un candore affascinante che non resisterà ai morsi dell'esistenza, ma che forma la delizia delle opere di gioventù: vi è una bontà, riflesso, eco, della bontà materna. Uno scrittore, un'artista giovanile può essere violento, se il suo bel sangue ricco ribolle, non sarà mai crudele; può essere aggressivo, non sarà mai spietato; può essere appassionato, sarà sempre casto, poichè alle sue spalle, avanti a lui, la mano materna, la voce materna, la parola materna ancora guidano il suo intelletto. Purtroppo, purtroppo, tutto ciò è destinato a dileguarsi, a perire: i roventi ed essicanti aliti del mondo distruggono questa rugiada, distruggono questo balsamo. Ma esso fu: ma nel cuore del più perverso artista, ma nell'anima del più gelido pensatore, ancora, talvolta, tutto si penetra di dolcezza, tutto si colorisce di bontà e il nome materno, mai sarà da essi nominato senza il miracolo gentile.
Ispiratrice prima, o madre, ma per voi non si scrive la Commedia, non si scrive il Canzoniere, nè si dipinge la Trasfigurazione, nè si compone la Nona sinfonia: i figli non vi immortalano. Voi li fate belli e sani, voi date loro il talento e la cultura, voi insegnate loro la preghiera e il lavoro, voi asciugate le loro lagrime e carezzate i loro volti, ma un'altra donna viene e ve li porta via, un'altra donna che essi canteranno, che sarà la loro Musa e il loro altare, il loro amore e il loro rogo. Ogni tanto, il figlio, l'artista ritornerà, stanco, disfatto, alle braccia materne: ma per fuggirne: e voi, forse, morirete sconsolata. Non l'amore solo ve li ruba: ma è l'idea, è la loro idea, questa terribile, lusinghiera abitatrice dello spirito. La gelida morte vi porta nelle sue braccia, lontano da lui. Sconsolata, lontana! Il mondo delle anime, oltre la tomba, è fatto per voi, madre: ancora i grandi, buoni, occhi materni guardano il poeta e lo benedicono.