Il povero prete non rispose immediatamente. Malgrado la sua limitata intelligenza, egli comprendeva che era quello l'ultimo colpo. Poi, si decise.

— Dopodomani, lunedì.

Quando la povera vecchia badessa udì che solo due giorni dividevano lei e le sue monache, da quella cacciata crudele, che violava la loro anima e gittava i loro corpi all'abbandono e alla miseria, le forze che fin allora l'avevano sorretta, le mancarono. Vacillò e cadde fra le braccia delle sue sorelle che la raccolsero, lacrimando, cercando di rianimarla. Mentre la conducevano via, circondata, seguita dalle suore, lentissimamente, don Ferdinando de Angelis salutò e benedisse quel gruppo plorante. Andavano, ora, nel lungo chiostro che rasentava il giardino, andavano, le Sepolte Vive, sostenendo la loro antichissima badessa, quasi morente di dolore, esse stesse riboccanti di amarezza: e i pianti si erano quetati. Ma i passi erano più molli, più stracchi, trascinati a forza: ma sotto le tuniche nere che sfioravano la terra, sotto i mantelli neri che le avvolgevano, sotto i veli neri che celavano il loro viso, esse, d'un tratto, sembravano assai più caduche, più vecchie, più prossime alla morte. Alcune si appoggiavano alla muraglia bianca del chiostro, come se svenissero: altre voltavano la testa verso il giardino, guardando dov'erano le tombe delle loro sorelle, morte in convento e colà sepolte, guardavano fissamente, verso le tombe.

*

La cella di suor Giovanna della Croce era fiocamente illuminata da un lumino da notte, nuotante nell'olio di un bicchiere: il tutto formava una lampadina, innanzi a un crocefisso, lampadina che restava accesa, giorno e notte, per speciale divozione alla Croce e al Divino che vi era confitto. La regola impediva alle Trentatre di tenere lume acceso, quando andavano a letto, o nella notte: strettamente, si sarebbero dovute spogliare all'oscuro e vestirsi, alla mattina, nelle ombre crepuscolari dell'alba. Ma era concesso loro di far ardere qualche modestissima lampada, in omaggio alle immagini che più veneravano: suor Giovanna non avrebbe potuto dormire, senza quella piccola luce che rischiarava il Crocefisso. Talvolta, nella notte, il lumino si consumava, l'olio galleggiante sull'acqua finiva, la lampadina si spegneva: la suora si svegliava subito, in preda ad ansietà. Nella celletta, con le pareti coverte d'immagini sacre, di quadri e quadretti, di cerei pasquali, di rami d'ulivo benedetto, non vi era se non un letto, una sedia e un piccolo cassettone. Le pareti erano rozzamente imbiancate a calce: sul pavimento i freddi e polverosi mattoni rossi delle più povere case napoletane: lo stesso letto era composto di due trespoli di ferro: un solo materasso e un solo cuscino. Di fronte al letto un balcone: la celletta occupava un angolo orientale del monastero di suor Orsola, al secondo piano, e l'occhio vi avrebbe potuto scorgere il magnifico panorama di Napoli e del suo golfo, se un'alta e fitta gelosia di legno non ne avesse impedito la vista, mentre permetteva all'aria di entrare. Nei primi tempi della sua monacazione, quella gelosia attirava costantemente la persona di suor Giovanna: ella non poteva resistere al desiderio di guardare, ancora, di lontano, di lassù, lo spettacolo delle cose. Anzi, si era confessata di quest'abitudine profana, come di un peccato: ed era un peccato, poichè quelle contemplazioni la riconducevano alla sua vita del mondo, amaramente. A poco a poco, con gli anni che passavano, con la giovinezza che finiva, con le memorie che si cancellavano, ella aveva vinta la tentazione. Ora, da anni, nè la sua persona, nè i suoi occhi erano attratti dalla gelosia: ella aveva dimenticato che da quel balcone, alto come una torre, sul giardino del convento e sul Corso Vittorio Emanuele, aveva dimenticato che da quel balcone si scorgeva il mondo.

Neppure nella triste sera in cui don Ferdinando de Angelis aveva data la notizia orribile, rientrando nella sua celletta per riposare, suor Giovanna della Croce si era accorta, più, che vi fosse un balcone. La notte era lunare: passando pei lunghi chiostri, nel movimento del ritorno alle celle, ella aveva visto il cielo chiarissimo, e le estreme mura del convento fatte anche più bianche. Ora, chiusa la piccola porta della sua cella, senza mettere il catenaccetto, perchè la regola lo proibiva, suor Giovanna era caduta inginocchioni, innanzi alla sua sedia, col moto abituale di ogni sera, tendendo le braccia al Crocefisso. Ma se le sue labbra mormoravano le rituali parole dell'orazione, l'anima sola si concentrò nella preghiera, restando confusa, turbata, agitatissima.

Da molti anni, suor Giovanna aveva obbliata ogni cosa della sua vita anteriore alla monacazione. Prima dolorosa, angusta, opprimente, insopportabile a un temperamento passionale come il suo, la vita delle Trentatre aveva finito per domare quell'anima ribelle, quel cuore impetuoso, quel sangue troppo caldo. Suor Giovanna della Croce aveva molto patito, dei suoi voti: aveva pianto di rabbia, di noia, di tristezza, di languore, per molto tempo: ma le supreme consolazioni, lente, tranquille, costanti, erano discese su lei, con il regime mistico, morale e fisico di una esistenza claustrata, con quelle consuetudini umili, semplici, candide, quasi puerili, delle giornate monacali, con quel rimpiccolimento della esistenza materiale, quella continua elevazione spirituale nelle orazioni, con quelle formule sempre ripetute del rito che spezzano le volontà, suadono le volontà spezzate e stringono l'esistenza in un anello. La regola delle Trentatre, così austera, così dura, così assoluta, le era divenuta dolce, ella ne seguiva tutti gli ordini, con cuore obbediente e persino tenero.

Suor Giovanna era stata, nel mondo, una creatura d'impulso, facile all'entusiasmo, alle lacrime, al furore: nel chiostro, tutto questo ardore si era temperato, equilibrato, si era messo fedele e umile al servizio di Dio. Le era dolce, questa regola, per cui, con gli anni, tutto il passato si era cancellato dalla sua memoria. Chi era più, lei? Non una donna, non una creatura muliebre: era una monaca, una sepolta viva. Come mai si era chiamata, nel mondo? Non lo ricordava. Sapeva solo il suo nome del chiostro: il nome preso in omaggio al suo Signore e al suo dolore, il nome di suor Giovanna della Croce. La pace, l'obblio, un'altra vita, quello che essa aveva chiesto al Cielo, dandogli la sua gioventù, la sua bellezza, il suo ardente desiderio di amore, di gioia, di felicità, le era stato accordato. Aveva la pace e aveva l'obblio: viveva un'altra vita.

Non poteva, in quella sera, pregare, la Sepolta Viva! Fra le incertezze mortali del suo spirito, deviato dal suo corso naturale di pensieri e di sentimenti, sentendosi strappata, crudelmente, alla pace, all'obblio, alla sua seconda vita, brani di esistenza le riapparivano innanzi alla mente, da anni ed anni mai più evocati, nelle ore di solitudine, da anni ed anni mai più semplicemente rammentati. Si nascondeva il viso fra le mani, la suora, quasi per difendersi contro l'assalto delle memorie. Ella si era chiamata, nel mondo, Luisa Bevilacqua. Aveva appartenuto a una famiglia di borghesi agiati: i suoi genitori avevano un commercio, all'ingrosso, di mercerie. Ella non aveva se non una sola sorella, Grazia Bevilacqua: un solo fratello, Gaetano Bevilacqua. Il fratello era maggiore di lei, di età: minore, la sorella. Ah, ora li rivedeva, ambedue: la sorella bionda, grassotta, bellina, vanitosa dei suoi occhi azzurri e dei suoi capelli d'oro, mentre ella, Luisa, era bruna, alta, snella, col viso lungo, non bello, con gli occhi neri, vivaci e i folti capelli neri, il tipo comune napoletano: rivedeva il fratello Gaetano, bel giovane, elegante, sprezzatore della borghesia paterna, tutto dedito alla vita mondana, schiavo di amici più aristocratici di lui: li rivedeva, questo fratello e questa sorella, ambedue egoisti, freddi, calcolatori, avidi, sotto le seducenti apparenze della giovinezza e della leggiadria, ambedue adorati dai genitori, mentre ella non raccoglieva se non un affetto distratto e glaciale dagli stessi genitori!

— Signore, Signore, quanto mi hanno resa infelice! — ella disse, a bassa voce, rivolgendosi al Crocefisso.