— È necessario che mi diciate il vostro nome, — ripetette, per la terza volta, il delegato, ricominciando a seccarsi.

— Io mi chiamo.... mi chiamo Luisa Bevilacqua, — fu la risposta, infine, della donna, debolissima, come un soffio.

— Non avete nessun soprannome?

— No, nessuno.

— Non avete mai portato altro nome?

Ancora, ella esitò. Poi d'un tratto, come se si fosse decisa, con un gran sospiro, disse:

— Mi chiamo Luisa Bevilacqua. E non ho mai portato altro nome.

*

Le campane della Pasqua di Risurrezione allegramente risuonavano per l'aria tiepida primaverile, in quella domenica bella di mezzo aprile. La gente entrava ed usciva dalle chiese, dove finivano i canti delle messe solenni e seguitavano le orazioni delle messe piane: alla porta delle chiese si vendevano immagini e mazzi di umili violette pasquali, da vecchi e da bimbe: agli angoli delle vie più aristocratiche i fiorai offrivano delle rose tea e dei lilla fragranti, fiori più ricchi. Il viavai era grande, dovunque, per le strade piene di sole, lungo i magazzini che ancora non si decidevano a chiudere le loro imposte, vedendo la folla che si fermava innanzi alle vetrine scintillanti. Donne giovani e giovanette andavano lente, lungo i marciapiedi, guardando innanzi coi loro begli occhi dolci e fieri, napoletani, ove si alternano, seducentemente, il languore e la vivacità; uomini e giovanotti venivano loro incontro, o le fiancheggiavano o le seguivano, in cerca di un'occhiata, di un sorriso, di un cenno tenero. Il movimento delle carrozze padronali e da nolo era continuo, crescente; fra due giorni vi erano le corse dei cavalli, il grande spettacolo a cui partecipano, animatamente, nobili e popolani, in Napoli. Tutto, intorno, aveva un'aria di gioia, che veniva dalla luce bionda del sole, dalla carezza dell'aria, dalla giornata di festa, da quel sentimento di liberazione e di giocondità onde è presa la folla, dopo le tristezze della Settimana Santa. Da ventiquattr'ore le campane che avevano taciuto, risuonavano, con toni gravi e con toni cristallini, in liete volate, ora lontane, ora vicine: e il mondo godeva quel millenario anniversario della Resurrezione del suo Redentore.

In alto della via Toledo, proprio in alto, ove essa finisce nella piazza Dante e vi perde il nome, diventando, dopo, la salita Museo, sul lato sinistro di chi ascende verso piazza Dante, è una strada che conduce al palazzo di Tarsia. Strada di transito, per andare verso le vie di Pontecorvo, di Montesanto e della Pignasecca, la via Tarsia è molto frequentata nei giorni feriali: poco, nei giorni festivi. Invece, in quella domenica di Pasqua, lungo i due suoi marciapiedi, uno che rasenta le case che sporgono, dall'altra parte, in piazzetta Latilla, l'altro che rasenta il piccolo e popolare teatro Rossini, molta gente andava in su, verso il palazzo di Tarsia. Qualche gruppetto già si vedeva dove sbocca la grande rampa di via Pontecorvo, gruppetto di gente fermata che aspettava, in silenzio: altrove, sotto il portone del palazzo dirimpetto a quello di Tarsia, altri piccoli gruppi erano fermi. È il palazzo di Tarsia, palazzo municipale, dalla architettura che vorrebbe imitare, malamente, il disegno di una delle deliziose case pompeiane, tutta la facciata di questo palazzo, a un piano, era adorna di trofei di bandiere: piccole bandiere abbastanza grame, in verità! Anche il peristilio che arieggia, come ho detto, quello della villa di Diomede a Pompei, aveva, lungo i muri bianchi, alcune piante verdi, messe colà in maniera di addobbo. Innanzi al peristilio e fra le sue bianche colonne, degli uomini andavano e venivano, dando degli ordini, parlottando fra loro: ognuno di quegli uomini portava una lunga redingote e il cappello a cilindro: più, all'occhiello della sua redingote, portava una coccarda di seta rossa e gialla, come segno di riconoscimento.