E in verità, una singolare differenza vi era fra quei signori affaccendati che entravano ed uscivano dal grande salone severo del palazzo di Tarsia, con i gruppi di uomini e di donne, gruppi sempre crescenti, che si andavano formando nella via, intorno al palazzo; folla, infine, di uomini e di donne, che tenean gli occhi fissi sulla porta del salone terreno, quasi ansiosamente. Mentre i signori erano correttamente chiusi nella redingote, alcuni, più civettuoli, mostranti dalla redingote aperta il panciotto bianco, e alcuni, persino, desiderosi di sembrare della persona elegantissimi, stringenti nel pugno un paio di guanti tortorella, non calzati, la piccola folla che attendeva, muta e pure inquieta, tranquilla e pure ansiosa, aveva tutto un altro carattere.
Era una folla di poveri, di mendichi, quella che si era già raccolta, quella che si veniva raccogliendo: e mentre, qua e là, la povertà delle vesti di qualcuno appariva decente, in generale, quelle vesti e quegli aspetti rivelavano la povertà annosa, passiva, oramai di nulla vergognosa, caduta nell'abbiezione della massima sudiceria, del massimo sbrandellamento. Non solo i vestiti erano laceri, ma nessuna mano provvida era più venuta a rammendarli, a mettervi una toppa: non solo i vestiti erano stracciati, sbrandellati, sfilacciati, ma erano scoloriti, pieni di macchie, fangosi, trascinati per le vie piene di melma, sporcati addosso di notte, su giacigli ignoti, sporcati di notte, forse, nelle notti ove quella gente dorme all'aria aperta, accoccolata sui gradini di una chiesa, accoccolata sugli spiragli di una cucina, di un sotterraneo. Alla luce del sole, alla chiarissima luce primaverile, quelle vesti che erano dei cenci, mostravano tutto l'orrore della lunga povertà, della lunga incuria, della crescente degenerazione: dicevano non solo la miseria, ma l'abbandono; dicevano non solo l'abbandono, ma l'oblio di ogni decenza e di ogni pudore; dicevano non solo tutto questo, ma dicevano il profondo cinismo del vizio, il cinismo fatale, assoluto, che viene dall'aver troppo digiunato, dall'aver troppo avuto freddo, dall'aver troppo patito, dall'aver troppo disperato della vita, degli uomini e di Dio.
Le donne portavano delle gonne stinte, cariche di toppe di altri colori, che si erano consunte e lacerate alla lor volta e che non erano state rammendate; delle gonne pendenti da tutte le parti, tenute su a stento, battenti contro i piedi, a frangia di fango; portavano delle vite di altre vesti, che mostravano il luridume della fodera, sotto le braccia, ai gomiti, al collo: vite senza bottoni sul petto, con le maniche troppo corte che lasciavano vedere i polsi nodosi, rossi, nudi; vite guarnite ridicolosamente, in tanta miseria indecente, di vecchi ornamenti scolorati, provenienti, queste vite, da lontani atti di carità che non si erano più rinnovati; e portavano, le donne, al collo, sul petto, qualche straccio di fazzoletto colorato e stinto, annodato come una fune, qualche straccio di scialetto di lana, tirato invano da tutte le parti, a covrire le macchie e gli strappi del vestito. Due o tre di quelle donne erano scalze addirittura, venute dalla più nera miseria, dai sobborghi estremi della città, che confinano con la campagna; molte portavano gli zoccoli di legno, in uso ne' quartieri popolarissimi e poverissimi napoletani; molte, i così detti pianelli, di grossolano cuoio, senza calcagno; altre avevano delle scarpe da uomo, con chiodi grossi.
In quanto agli uomini, ai poveri, ai mendicanti, la repugnanza che ispiravano le loro vesti, era anche più grande. Pantaloni macchiati orribilmente, cento volte rattoppati, tenuti su con lo spago, troppo larghi per chi li portava o troppo corti, lasciando vedere delle ignobili calzature, dei piedi calzati da scarpe rotte e senza calzette; gabbani da neri diventati verdi, da verdi diventati gialli, senza bottoni, senza mostre, senza orlature; camicie — qualcuno la mostrava, solo qualcuno — di cotone a scacchi, dove mancava il colletto, camicie di flanella, scure, grosse, che avevano l'aspetto così lurido da fare schifo, e sovra queste camicie delle cravatte che sembravano delle corde. Molti, col bavero della giacchetta, del gabbano, alzato, nascondevano ogni traccia di camicia e probabilmente non ne avevano. I covricapo più bizzarri erano sulla testa di questi poveri, di questi mendicanti: cappelli un tempo neri e ora sparenti sotto strati di polvere e di untume; berretti senza visiera; cappelli a cencio, sfondati, messi di traverso; un vecchio pezzente portava persino un cappello a cilindro, diventato marrone e tutto a pieghe.
La faccia e la persona di quelle donne erano singolari. Quasi tutte erano vecchie o sembravano tali, affrante dalla indicibile povertà, dal cibo scarso o nocivo, dai giorni senza pane, dalle stamberghe dove dormivano in quattro o cinque, in una sola camera: molte erano vecchissime con una grossa gobba, venuta dall'età e non dalla costituzione, quasi piegate in due; poche erano le giovani e queste, a occhi bassi, si erano andate a rincantucciare negli angoli, voltando la testa in là; e fra le giovani, anche, qualcuna si celava un poco con un fazzoletto annodato sotto il mento e che si abbassava sulla fronte. Molte di queste donne apparivano malate, alcune scialbe e flosce di pelle, per anemie che non si guariscono, per perdite di sangue nei miserabili parti fatti all'ospedale, donde le mandavano via dopo due giorni, per mancanza di nutrizione; altre gialle e gonfie per malattia del sangue, per malattie cardiache, per la soverchia grassezza; alcune obese, sformate. Una era ributtante, con gli occhi cerchiati di rosso, sanguinolenti; un'altra nascondeva male un enorme gozzo, sotto una sciarpa; un'altra aveva un tic nervoso, per cui, ogni tanto, il viso le si torceva ed ella dava in uno scoppio di risa frenetico; un'altra si appoggiava su due gruccie tutte scorticate. La comune espressione di queste donne era un'apatia profonda, che si stendeva sui loro visi e sui loro corpi stanchi, come rilasciati, sulle mani abbandonate in grembo, o lungo la persona; ma su questo fondo gemente, si manifestavano delle diversità. Alcune fra queste donne avevano l'aria truce e giravano intorno degli sguardi feroci; altre avevano l'aspetto timido, raccolto, quasi volessero sparire dalla bizzarra riunione; altre avevano il contegno dolente di un dolore quieto, oramai, oramai costante e inconsolabile; altre avevano l'aspetto provocante e cinico.
Quasi tutte tacevano: si appesantiva su queste pezzenti un silenzio, molte incapaci, oramai, di più lamentarsi, molte incapaci di pettegoleggiare sulla loro sventura, alcune oppresse, alcune vergognose di trovarsi colà. Erano riunite in gruppo, ma tacevano. Parecchie erano sedute sul marciapiede: una si era sdraiata lungo il muro appoggiandovisi e si era addormentata; altre portavano dei pallidi, queruli e laceri bimbi, al collo; alcune ne avevano due o tre in collo e per mano; una ne teneva cinque, attorno.
Negli uomini, le stimmate della miseria, della malattia e del vizio, erano più spiccate, massime nei vecchi, nelle loro rughe, nel colore della loro pelle, nella lacrimosità degli occhi, nei nasi adunchi, nei menti rincagnati, in quelle bocche violette, in quelle bocche livide, dalle labbra rientrate, sulle gengive senza denti; lunghe storie apparivano, di decadenze fisiche e morali, di degenerazione dei sensi e della coscienza, di traviamenti in tutte le sudicerie della persona e delle abitudini.
I più giovani — non ve n'erano di giovanissimi — erano o storpi, qualcuno zoppo, qualcuno cieco, uno col braccio rattrappito e cavato fuori dalla manica della giacchetta, o malati, con certe faccie sbiancate, con certe orecchie esangui di persone divorate da infermità fatali, con certi visi chiazzati di sangue ai pomelli, con certe guance plumbee dove la barba non rasa, metteva fuori dei peli ispidi, incolti, brizzolati, sudici anche essi. Vi era un lunatico che si riconosceva alla bocca storta, stirata verso un orecchio e agli occhi stralunati; vi era un cionco che, pure, andava e veniva, sulle sue mezze gambe, trascinandosi con le mani, e alle cui mani erano infilati degli zoccoli di ferro; uno di essi aveva il viso mangiato da un lupus, tutto fasciato con sporche bende, che si annodavano sull'alto del capo. Molti avevano il naso rosso degli ubbriaconi, con le guance rovinate dalla salsedine; qualcuno fumava un mozzicone; qualcuno fumava in una pipetta corta, di creta, da due centesimi; qualcuno ciccava. Fra gli uomini dominava, più che fra le donne, l'apparenza ignobile, quasi indegna di pietà, tanto era ributtante; quasi nessuno di quei mendichi aveva l'aspetto timido, dolente, come si riscontrava fra le donne, e in quasi nessuno vi era l'aspetto vergognoso di essere lì, innanzi al palazzo, riuniti in corporazione di pezzenti, in quell'attesa del giorno pasquale. Bensì, vari avevano l'aspetto duro e feroce, l'aspetto di coloro che, di notte, all'angolo di una strada, mettono il coltello ai petto di un viandante, per togliergli il portafogli; molti affettavano la sfrontatezza, con le mani in tasca, il labbro piegato in una linea di disprezzo, le spalle che si levavano ogni tanto, in atto di sfida. Non discorrevano fra loro, guardandosi, anche con occhi diffidenti, con sguardi obliqui, come se l'uno dovesse rapire all'altro, non so che cosa. Qualcuno si appoggiava al bastone, a capo basso, aspettando; molti si erano messi al sole, verso Pontecorvo, per riscaldarsi; qualcuno tossiva e sputava, ansimando, sotto la sorda tosse cronica dei vecchi. Taluni, fra loro, borbottavano a voce bassa, sogguardando verso il palazzo di Tarsia.
Quando tuonò il cannone di mezzogiorno, fortemente, poichè il rione di Montesanto è posto sotto la collina di San Marino, donde spara, dalla fortezza di Sant'Elmo, il regolatore, vi fu un doppio movimento. Tutti i signori in tuba e redingote si misero, in due file, sulla porta di entrata del palazzo di Tarsia, sul peristilio, persino nella via, fiancheggiati da alcune guardie di pubblica sicurezza, da qualche guardia municipale e da quattro carabinieri: dall'altra parte, i pezzenti, maschi e femmine, si avviarono verso quella porta, chi camminando presto, chi trascinandosi appena, secondo la loro età, i loro acciacchi, le loro malattie. Ognuno di essi, maschio o femmina, portava nelle mani un cartoncino bianco, su cui era stampato: pranzo per i poveri, e il posto e l'ora e lo stemma del Municipio di Napoli, che, per festeggiare la Pasqua di Risurrezione, dava pranzo a trecento mendicanti, centocinquanta uomini e centocinquanta donne. Con grande garbo, anzi con la esagerazione del garbo, quattro signori, in tuba e redingote, due da un lato, due da un altro, osservavano se le carte di ammissione erano in perfetta regola, e le ritiravano man mano. La sfilata era regolata, anche, dalle guardie e dai carabinieri che non lasciavano passare più di un mendico, o più di una mendica, alla volta; e nulla era più strano che quel passaggio di gente lacera, lurida, inferma, curva dalla vecchiaia o dagli stenti, fra quelle due file di correttissimi e persino eleganti signori, dalle tube rilucenti. Quasi tutti i mendichi e le mendiche, anche i più cinici, anche le più sfrontate, in quel momento del passaggio, abbassavano gli occhi, fra la timidità e lo scorno. Qualcuno addirittura non trovava la strada, per la soggezione e incespicava. Con le mani guantate, anzi, un bel signore dai grossi mustacchi castani, con la decorazione di cavaliere all'occhiello, raddrizzò una mendicante, che stava per cadere. Era una donna, vecchissima, magra, magrissima, che portava la testa tutta avvolta in un fazzoletto di cotone nero. Per la vergogna o per la debolezza, questa mendicante era stata lì lì per cadere.
Qualche contrasto accadde. Un giovane idiota, dal sorriso puerile sulla faccia imberbe, zoppo, con un grosso piede voltato contro l'altro, aveva perduto il biglietto del pranzo: egli fu respinto cortesemente, ma freddamente, da un gentiluomo in redingote. L'idiota piangeva, come un bimbo, mentre la sua bocca seguitava a sorridere: e invano un altro povero testimoniò che, un quarto d'ora prima, il giovane idiota aveva il biglietto, che glielo avevano dovuto rubare, vista la sua imbecillità. Una donna voleva entrare, coi due figli: e combattette coi signori alla porta, singhiozzando, dicendo che li avrebbe tenuti sulle sue ginocchia, giurando che sarebbero stati tranquilli: fu inutile. Ella carezzò i suoi figli, promise loro che non avrebbe mangiato, che avrebbe portato loro fuori tutto; disse loro di non muoversi da vicino al cancello: ed entrò, ancora tremante di emozione. L'altra, quella che ne aveva cinque di figli, portava due biglietti: non voleva entrare, lei, voleva mandare i suoi cinque figliuoli, con quei due biglietti, si contentava di non mangiare lei, purchè le sue creature mangiassero; e parlamentava, scongiurava l'uno, scongiurava l'altro, fino a che permisero, per eccezione, che entrasse lei e i due più piccoli, con due biglietti. Ma lo permisero per impazienza, quei signori, perchè già si faceva tardi, ed essi, in redingote e tuba, con la coccarda dai colori partenopei all'occhiello, già avevano consumata una lunga pazienza e una lunga amabilità, con quella processione di mendichi, di mendiche, di poveri veri, di poveri falsi, di viziosi ipocriti, di viziosi sinceri, persino di delinquenti.