Quando tutti i trecento banchettanti furono entrati nella vastissima sala terrena di Tarsia, erano quaranta minuti dopo mezzogiorno: la lenta teoria dei miseri non era durata meno di due terzi d'ora. Le mense erano disposte in due file, sul lato destro e sul lato sinistro del salone centrale, lungo i due colonnati quasi pompeiani, che dividono il salone dalle sale adiacenti: nel mezzo, fra le due mense, intercedeva un larghissimo spazio libero, per lasciar circolare le persone. Alla lunga mensa di mano dritta dovevano sedere tutte le povere, femmine; alla mensa a mano sinistra, tutti i poveri, maschi. Le mense erano messe senz'alcun lusso, ma con decenza: tovaglia e tovagliolo bianchissimi: bicchiere di vetro, ma nitido: cucchiaio e forchetta di stagno, nuovissimi, quindi luccicanti come se fossero di argento; coltello col manico di osso nero. Una grossa fetta di pane bianco e fresco era accanto a ogni coperto: una bottiglia di vetro, di poco meno d'un litro, piena di un vinello rosso chiaro, fiancheggiava anche ogni coperto. Alle spalle delle tavole imbandite, vi erano altre tavole, semplicemente coperte di tovaglie candide, ove i camerieri doveano dividere le vivande, tagliare altre fette di pane. L'aspetto delle mense, così, era semplice, non mancante di una certa gentilezza. Ma il vasto salone aveva sempre l'aria sua solita, di deserto agghiacciante e triste, malgrado le quattrocento persone, circa, che vi si agitavano dentro.

Poichè, adesso, tutti quei signori ben vestiti erano rientrati nella sala grandissima e, unitisi ad altri che già vi erano, si occupavano, con grande premura a far sedere quei trecento poveri. Altri signori, molto ben vestiti, andavano e venivano dai colonnati, dirigendosi alle sale adiacenti o tornandone, poichè, lì dietro, pareva fossero disposte la dispensa e la cucina. Fra quei gentiluomini vi erano anche delle signore, qualcuna elegantissima, qualcuna meno elegante, ma tutte vestite con una certa ricchezza e portanti sul petto, come gli uomini, una coccardina gialla e rossa. Anch'esse avevano l'aria un po' misteriosa e un po' affaccendata, di chi compie una missione piena d'importanza e piena di dignità. Esse erano le patronesse, le ispettrici, le sorvegliatrici di quel banchetto dei poveri: e nel loro sentimento di sacrificio avevano, in quel giorno di Pasqua, lasciata ogni altra occupazione, ogni altro svago e avevano voluto benignamente, caritatevolmente, presenziare quel pranzo d'infelici, di mendichi. Un paio di esse, anzi, si toglievano lentamente i guanti bianchi e denudavano le mani cariche di anelli, poichè la loro ferma intenzione era di servire a tavola i poveri. Forse era un voto che avevano fatto; forse volevano imitare il Redentore, che lavò i piedi agli apostoli. Una di esse, la più elegante fra tutte, alta, sottile, con certi magnifici occhi verdi in un volto bianco, con una ricca capigliatura di un castano dai riflessi rossastri, portava alle delicate orecchie due solitari da diecimila lire, guardava tutto questo con una curiosità stupita e un certo senso di lieve paura. Questa bella giovane si tratteneva più indietro delle altre signore, come ritrosa, come schiva: e si appoggiava sull'artistico manico del suo ombrellino, un manico di oro, tutto disseminato di piccole turchesi. Essa vedeva entrare i poveri ad uno ad uno, e restare in gruppo, a mano dritta, a mano sinistra, ed inarcava le sottili, gentili sopracciglia castane, come per un crescente stupore. Due volte, ella portò la mano guantata alla bocca. Odorava una fialetta di cristallo smerigliato bianco, dal coverchio formato da una grossa opale tutta circondata di diamanti: aspirava gli effluvi sani e vivificanti dell'aceto inglese.

Del resto, altre persone vi erano nella sala. Sulle gallerie del primo piano sbucavano teste di signore, di uomini, di bimbi che guardavano giù, con una curiosità grande. Erano famiglie di consiglieri comunali, di grandi elettori, d'impiegati municipali che, non avendo nulla da fare in quella giornata di festa e avendo udito a parlare, con una certa pompa, di questo banchetto dato ai poveri, erano venuti là a passare un'oretta. Vi era anche qualche ragazzo, venuto fuori dal collegio, per le vacanze di Pasqua. Lassù, nella galleria, come nei palchetti dei teatri, vi erano delle seggiole e dei seggioloni: le signore spettatrici, nei ricchi vestiti serici della Pasqua, ma portanti già i chiari cappelli primaverili, si curvavano sul parapetto della galleria, chiacchierando fra loro, comunicandosi le loro impressioni, dando in qualche piccolo grido di sorpresa, di pietà: il piccolo grido artificiale, delle persone ben pasciute, sane, ben vestite, cui appare il fantasma del povero, mezzo morto di fame, lacero, sudicio, in tutto il suo reale orrore. I collegiali, i bimbi, gittati sullo sporto delle gallerie, s'indicavano fra loro qualche pezzente e davano in qualche risata infantile. Le giovanette stavano diritte, sulle loro sedie, con la stessa immobilità, con la stessa distinzione, come in teatro.

Dopo qualche tempo di viavai, di agitazione, di ordini dati a voce bassa, coi cenni, da vicino, da lontano, la squadra dei signori in redingote e tuba aveva, man mano, fatto sedere i trecento poveri, centocinquanta per parte, ai posti loro assegnati. La fatica non era stata poca, materialmente parlando, per collocare tanta gente diversa, impacciata, lenta, malata, trascinante i passi, che non trovava la sua sedia, che esitava, intimidita, imbrogliata, innanzi a quella funzione del pranzare, in pubblico, a una mensa pulita, servita da camerieri in marsina e da signori rispettabili in toilette irreprensibile. A un certo momento, vi fu un istante di sosta. Tutti i trecento poveri erano seduti, aspettando: i signori erano in ordine sparso, alle loro spalle, nel centro della sala, in aspettativa, anch'essi, di riprendere il loro lavoro e qualcuno di essi, più affaticato, si metteva e si toglieva la tuba, dalla testa bollente: le signore caritatevoli, pietose, erano raccolte in un gruppetto, a un angolo, pronte anch'esse a lavorare per il massimo buon ordine di quel banchetto e due di loro, anzi, interessatissime, guardavano i poveri con le lunghe lenti, essendo miopi, e una di queste lenti, era in pesante argento cesellato alla maniera antica e l'altra di queste lenti era in tartaruga biondissima con un lungo monogramma in brillanti. Le due mense erano al completo: i poveri attendevano il loro pranzo, sotto gli sguardi delle persone che si spenzolavano dalle gallerie, giunte al colmo della curiosità, sotto gli sguardi tranquilli e sorvegliatori dei signori in redingote e tuba, sotto gli sguardi fissi delle poche signore che eran venute per presenziare, per ispezionare, per sorvegliare quel banchetto, persino sotto gli sguardi indifferenti e forse sprezzanti dei camerieri che dovevano servire a tavola quei poveri.

Ebbene, in quel lungo istante in cui si aspettava la prima pietanza, molti di quei mendichi e di quelle mendiche avevano curvato la testa, per evitare tutti quegli occhi, curvato la testa verso il loro piatto vuoto; molti tenevano semplicemente gli occhi chini, fissi in un punto, non volendo guardare in giro; qualcuno aveva steso la mano verso il pezzo di pane bianco, ma non aveva osato di spezzarlo o di portarlo alla bocca; qualcuno vi teneva la mano sopra, come se temesse di vederselo portar via; quasi nessuno aveva preso il tovagliolo e lo aveva spiegato. Ebbene, in tutti quei poveri, a capo basso, a occhi bassi, insieme all'imbarazzo, alla confusione, di trovarsi in quell'ambiente, fra quelle persone, oggetto di curiosità e non di tutta curiosità benigna, oggetto di pietà e non di tutta pietà sincera, oggetto forse, senza forse, di ripugnanza e di ribrezzo: ebbene, in tutti quei miseri ignoti, affamati, luridi, fra tante espressioni serie, una sola risaltava, invincibile: la umiliazione, la umiliazione umana, la umiliazione dell'uomo avanti l'altro uomo, a lui simile, fatto simile da Dio e gittato all'estremo posto della vita dalla nascita, dalla fortuna, dalla sfortuna, dall'errore, dal dolore, dal vizio: la umiliazione di trecento creature umane, fatte di carne e di ossa, con cuore e con coscienza, con sensazioni, impressioni e sentimenti; la umiliazione di trecento creature umane innanzi alla fortuna altiera, alla carità altiera, alla pietà altiera, alla elemosina altiera, pomposa, inutile e sprezzante.

Ma già, sulle tavole laterali, dove erano solo le tovaglie candide, arrivavano dei piatti, in cui una larga e grossa fetta di timballo di maccheroni fumava, con una crosta di pasta ben cotta nel forno, mentre, dentro, i maccheroni erano conditi al sugo di carne, rossastri, imbottiti di mozzarelle, di formaggio, d'interiora di pollo. Il servizio cominciò, rapido, silenzioso, deponendosi la pietanza innanzi a ogni povero dai camerieri, sotto gli ordini di quattro signori, che più si affaccendavano intorno alle mense. E allora, anche due delle sette signore che erano venute a presenziare, a ispezionare, a sorvegliare il banchetto, in quella sentimentalità forse vera, forse falsa, metà vera, forse, e metà falsa, due di queste signore, molto ricche nelle vesti, se non eleganti, quelle due che si erano tolte i guanti, facendo scintillare le molte gemme sulle dita bianche, si diedero minutamente a servire, intorno, intorno, i poveri. Andavano, le due signore, dall'uno all'altro, curvandosi verso loro, spiegando loro il tovagliolo, offrendo loro il pane, mescendo il vino: quei mendichi appena levavano il capo, sempre più confusi, ancora più umiliati, non rispondendo, lasciandosi servire, sentendo perfettamente, in quell'abbassamento volontario e altiero dei signori e delle signore, l'orrore della povertà data a spettacolo, l'orrore di quel cibo offerto per la carità di un'ora soltanto, l'orrore di quel banchetto pubblico, di cui tutti s'interessavano, come di un divertimento singolare, bizzarro, ma non somigliante a nessun altro.

Adesso, tutti i pezzenti mangiavano la loro fetta di timballo di maccheroni. Alla espressione di confusione e di umiliazione, un'altra se ne sostituiva, tutta materiale, tutta fisica: quella di una lunga fame mai completamente sazia e che stava per saziarsi, almeno per un giorno: quella di un palato lungamente disabituato da cibi succosi e copiosi e che poteva, per una volta, sentire il sapore di una pietanza gustosa. L'espressione dei volti diventò anche più volgare, anche più bassa, in quel lento divoramento di cibo, fatto da mascelle di vecchi, di malati, di esseri deboli; qualcuno mangiava voracemente, senza guardarsi intorno, come una bestia affamata che trangugia il suo pasto, nel cantuccio della sua tana; qualcuno masticava rumorosamente, in fretta, facendosi rosso per inghiottire troppo presto; qualcuno, con la forchetta, golosamente ricercava l'imbottitura prima, per poi mangiare i maccheroni e infine arrivare alla crosta; qualcuno s'imbrattava la bocca, il mento, senz'asciugarsi col tovagliolo, per la urgenza grande della fame. Tutti mangiavano goffamente, mal seduti, col cappello o col berretto sugli occhi, con la testa curva, con le mani deboli, tremanti o impacciate, che non sapevano maneggiare la forchetta e il cucchiaio. Le due signore cercavano di aiutare quella goffaggine, quella debolezza, quell'impaccio: ma, ogni tanto, innanzi a un mendico più lurido, più puzzolente degli altri, innanzi a qualche vecchissima mendica, la cui bocca senza denti, non arrivando a masticare i maccheroni, li lasciava sporcamente ricadere nel piatto, essi si arretravano, scoraggiate. Qualche mendico, qualche mendica, mangiava piano e poco: erano quelli, quelle, che misuravano la loro fame, avendo fuori la porta, avendo a casa, qualcuno che aspettava la sua parte del timballo di maccheroni. Era stato detto loro che, dopo, avrebbero potuto portar via gli avanzi, anzi la pietà comunale dava loro anche il tovagliolo e la posata, qualche cosa che costava cinquanta centesimi e che si poteva rivendere per cinque o sei soldi. Nella grande sala si allargava un odore di maccheroni conditi, un rumorìo di forchette e di piatti: i trecento poveri seguitavano a mangiare, serviti benignamente dai ricchi, dai fortunati, dalle eleganti donne, dalle belle donne, mangiavano con tanta ingordigia, con tanta realità di atti goffi e sconci, con tanta ignobilità di ventricolo affamato, che lo spettacolo cresceva di tristezza, infine, e di nausea.

La signora giovane, alta e snella, vestita di uno squisito abito color grigio-tortora a gentili riflessi di argento, portante intorno al collo un lieve, vaporoso boa di piume grigie dalle punte argentee, macchinalmente, si mosse anche essa dal gruppo delle altre cinque signore, che erano ferme e si dette a girare intorno alla mensa delle donne, dalla parte esterna, fermandosi, ogni tanto, a guardare qualcuna di quelle poverette, chinandosi, un momento, e dirigendo la parola a una di esse. Chi sa, la sua inazione, in un angolo della sala Tarsia, le era parsa poco cortese, poco pietosa, mentre era venuta per fare atto di carità cristiana e tanti occhi la osservavano; forse, un desiderio di impressioni più forti, più profonde, più ignote a lei, giovane, bella, ricca, probabilmente felice, la spingeva verso quella mensa a guardare meglio, a interrogare, a conoscere; e chi sa, poichè tutto accade, un desiderio di viva e di vera carità la spingeva verso quelle donne, verso quel suo prossimo, verso quelle donne create a sua somiglianza, come lei cristiane, la spingeva verso quelle creature che mangiavano il pasto pubblico, gittato loro in elemosina.

La leggiadra e fine signora, i cui begli occhi verdi sorrideano dolcemente dietro la sua veletta bianca, si curvava un poco sulle mense delle donne, per poter loro parlare, mentre esse appena levavano la testa per risponderle, tutte intente al piacere del cibo e forse infastidite da quelle domande. La giovine signora, dal volto bianco ove un sottile colorito roseo si diffondeva teneramente, parlava con una voce bassa e toccante, ove pareva che corresse, sempre, un lieve fremito di emozione. Forse non era emozionata, forse era tutta fisica quella vibrazione della voce, che dava a ogni sua frase una portata sentimentale assai più profonda di quello che non avesse; ma niuno poteva udire quella voce, senza scuotersi. Ella si era curvata, adesso, verso una donna cinquantenne, dal viso freddo e ostile, che divorava con rapidità gli avanzi della sua grossa fetta di timballo.

— Siete contenta, è vero, buona donna, della vostra Pasqua? — chiese la giovine signora, con un tono di bontà.