— È spezzata la clausura, è spezzata la clausura! Vi sono quelli del Governo!

Come una grande raffica di vento passò lungo le celle aperte, come il rombo di un temporale si diffuse per suor Orsola Benincasa. In preda a una paura folle, invincibile, dimenticando l'età, la debolezza, le monache uscirono, correndo dalle loro celle, passarono, correndo, anche le più tarde, anche le più vecchie, anche le più acciaccate, per il corridoio, entrarono, correndo, dalla badessa, rifugiandosi dietro la sua sedia, come bimbe anelanti, affannando, balbettando, strette in un gruppo, attaccate al seggiolone:

— È spezzata la clausura.... è spezzata la clausura.

Senza dir verbo, suor Teresa di Gesù si era levata in piedi. Si vedeva solo un po' di tremito delle sue rugose mani, su cui brillava l'anello di argento abbaziale.

Tre uomini entrarono nella grande sala, con aspetto tranquillo. Innanzi andava un signore alto e magro, dalla barba rossa ben pettinata, dagli occhiali legati finemente in oro, vestito con la sobria eleganza di un uomo che ama di piacere, anche a cinquant'anni. Correttamente, teneva in mano il suo cappello a cilindro lucidissimo e un bastone dal pomo d'oro cesellato: sulla fisonomia inespressiva non si vedeva di vivente se non un sorriso amabile e gelido, non mancante di una certa ironia. Era il prefetto Gaspare Andriani, un prefetto, dicevano, a pugno di ferro e a mano di velluto. Accanto a lui era un giovine, pallido, bruno, dai bruni mustacchi arcuati, dall'aspetto freddissimo, anche egli assolutamente elegante: un giovine consigliere di prefettura, il cavalier Quistelli. E ancora, più indietro, un altro signore, dalla fisonomia comune, dall'aria servile ed annoiata, vestito decentemente, col tradizionale paio di guanti neri che indica il funzionario di Questura. Tutti tre si avanzarono verso la badessa, con una certa cautela; e fu con una voce melliflua e curvando ipocritamente la testa sovra una spalla, che il prefetto disse: — Sono dolente di dover compiere una missione ingrata, illustre signora. Io vengo a prendere possesso, in nome del Re, del monastero di suor Orsola Benincasa e di tutti i suoi beni mobili ed immobili.

— Io protesto, in nome della regola di suor Orsola Benincasa, in nome della comunità che rappresento, per le suore qui presenti e per me, contro la violazione della clausura, — disse, con voce limpida, la vecchia badessa, fissando i suoi occhi, di sotto il velo, in quelli del prefetto.

Costui torse un po' lo sguardo, s'inchinò e con affettata galanteria rispose:

— È spiacevole per me, illustre signora, non poter accogliere tale protesta. Il mio Governo ha sciolto le corporazioni religiose e queste clausure per noi non esistono.

Senza badare a queste parole, suor Teresa di Gesù continuò:

— Io protesto giuridicamente, amministrativamente contro questa presa di possesso illegale, ingiusta ed iniqua. E mi riserbo di far valere, debitamente autorizzata, davanti al magistrato, i nostri diritti.