— Le mura del convento, le care mura!

Così esclamavano, gridavano, quelle infelici, con un balbettìo puerile. Col movimento delle sue antiche mani scarne che, da tanti anni, si erano mosse solo per pregare e per benedire, la badessa tentò di chetarle.

— Andate, andate, obbedite, figlie mie.

Andarono. Tutte le porte delle cellette erano aperte, sul lungo corridoio del secondo piano: in fondo alle piccole stanze, le monache andavano e venivano, togliendo il poverissimo loro corredo dal cassettone, distaccando le immagini, i quadretti, i crocifissi, i cerei pasquali, i rosarii: a ogni distacco, esse baciavano religiosamente l'oggetto, dicevano delle preghiere, si raccomandavano:

— Oh Gesù Cristo, pietà di noi....

— Madonna della Salette, guidateci voi....

— Sant'Antonio, che fate tredici grazie ogni giorno....

— Sant'Andrea Avellino, considerateci come se fossimo in punto di morte....

Qualcuna, gittata bocconi sul letto, ne baciava il cuscino su cui aveva posato il capo, da tanti anni; qualcuna, come disfatta, si era seduta sull'unica sedia, le braccia prosciolte; qualcuna vagava intorno, con attitudine smarrita, toccando e baciando gli oggetti.

Quando, a un tratto, un passo rapidissimo attraversò il lungo corridoio: era Giuditta, la conversa, portinaia, che fuggiva verso la grande stanza della badessa, gridando affannosamente: