Per arrivare al monastero delle Trentatre, dal Corso Vittorio Emanuele, a piedi, poichè non vi è via carrozzabile, bisogna ascendere un primo tratto di via erta, ma selciata, di fronte al grande palazzo Cariati; poi, comincia un secondo tratto di strada a grossi e larghi scalini, dalle pietre tutte smosse: si volta in un sentiero quasi campestre, ripido, lungo, dove, qua e là, restano delle tracce di scalini: sentiero che rasenta, a sinistra, l'alta muraglia chiusa e muta del convento e, dall'altra, certe casupole mezzo dirute e sporche; infine, a un altro gomito, un ultimo tratto di erta strada, ancora a scaglioni, che conduce alle due porte del monastero, la porta piccola e la grande. È un'ascensione lunga, dura e faticosa. Verso il Corso Vittorio Emanuele, la rampa ha un aspetto ancora civile e popoloso; come si passa nell'aspra viottola, si cade nel deserto e nel silenzio: solo qualche rara popolana, dalle chiome spettinate, dalle vesti a brandelli, mentre culla col piede il canestro dove dorme, per terra, un poppante ravvolto in luride fasce, sta sulla porta del suo tugurio e torce, fra due sedie sgangherate, lo spago, a matasse. Da quelle parti, un po' più lontano, un po' più vicino, erano, un tempo, le grotte degli spagari, antri quasi zingareschi, dove si accumulavano uomini e bestie, in uno stato quasi selvaggio: la piccola industria della filatura e della torcitura dello spago, ancora, in qualche stamberga di quelle, dà un po' di pane a chi vuol lavorare.

L'ultima rampa, quella che mena direttamente alla grande porta del convento, è sempre deserta: ha l'aria claustrale, triste, fredda. Sulla porta piccola delle Trentatre, dove entrano a deporre i cibi, nelle mani delle converse fuori clausura, i pochi fornitori, è una croce nera, di ferro: di dietro le mura, più basse, di questo lato, non colpito dalla clausura, si vedono gli alberi di un orto. Di fronte, il gran portone sbarrato non ha nessun segno religioso. Da quel portone sono entrate, per l'ultima volta, le monache, ad una ad una, senza più uscirne; quel portone, in trenta o quarant'anni, non si è aperto se non due o tre volte innanzi al cardinale e due volte innanzi al confessore delle monache, don Ferdinando de Angelis. Chiunque è salito, lassù, per curiosità, per distrazione, per bussare al piccolo portone delle Trentatre, ha sempre visto il gran portone, il portone del monastero, sbarrato. Ora è spalancato; un androne alto, profondo, oscuro, nero, si scorge. La clausura è infranta, da due ore: e le monache, ad una ad una, lentamente, escono da quel recinto, dove credevano di essersi sepolte vive, in onore e gloria della Croce di Cristo.

Sul Corso Vittorio Emanuele vi è già folla che, avvertita del caso singolarissimo, attende: pian piano la folla è ascesa verso la prima rampa, è ancora salita più su, più su, per la viottola, per la seconda rampa, fin quasi alla porta grande, spalancata. È una folla di popolani, di popolane, di operai, di piccoli borghesi, di sartine, di fanciulli: una folla muta, paziente sul principio e un po' stupita, anche: una folla tenera, triste, sarcastica, pietosa, curiosa, burlona, animata da sentimenti diversi, tutti rudimentali. Curiosissima, sovra tutto, curiosissima di queste Trentatre, di queste Sepolte Vive che il Governo ha dissotterrate, che ha strappate alla clausura, al monastero, a ogni lor voto, e che gitta nel mondo, di nuovo; e qualche esclamazione triste, irata, compassionevole, sgomenta, frizzante, si ode, fra la folla, lassù, quaggiù, mentre si attende la cacciata delle monache.

— Poverette, poverette!

— Che ne sarà di loro, che ne sarà?

— Oh malann'aggia il Governo!

— Tutto deve rubare, tutto!

— Hanno preso i loro danari, ora prendono il monastero.

— Lo vedrete che si vanno a maritare, quelle monache.

— Sono vecchie.