— Sono morti, in salute nostra, — mormora, con un sospiro, Grazia. — Io sono venuta a prenderti.
— E Gaetano, mio fratello?
— È morto. Io sono venuta a prenderti.
— E Silvio Fanelli, tuo marito? — dice suor Giovanna, senza muoversi.
— È morto, è morto. Andiamo.
— Andiamo, — dice suor Giovanna della Croce.
Ora che tutte le monache sono andate via, disperse pel mondo, la badessa, suor Teresa di Gesù, si muove per partire anche lei. È venuta a mettersele accanto una giovinetta quindicenne, biondissima, bianchissima, dall'aria fiera e nobile: è una sua pronipote, donna Maria Mormile dei duchi di Casalmaggiore e dei principi di Trivento.
La giovinetta è figliuola di una nipote della badessa ed è l'unica di casa Mormile. Sebbene quindicenne, ha l'aria raccolta e austera. Un servitore, in grande livrea, di casa Mormile, la segue. La giovinetta offre il braccio alla prozia, per andare. La badessa si volta a guardare le mura di Suor Orsola, l'ultima volta. Tremolante, curvissima, appena potendo muovere i passi, avendo esaurito ogni sua forza, oramai, ella si trascina per la discesa, al braccio della paziente, pietosa e taciturna nepote. Il gran portone si chiude, rumorosamente, dietro l'ultima delle Trentatre. E la folla, vedendola andare, rovina umana, già piena di morte, dice la parola semplice, la parola della giustizia e della pietà:
— Oh poveretta, poveretta! Non la potevano lasciar morire, lì dentro?