— Il figliuolo gli rassomiglia?

— Sì, molto.

— E vi siete confessata di tutto questo?

— Sì, suora mia, — disse umilissimamente suor Giovanna della Croce. — Per iscrupolo, mi sono confessata.

— E vi hanno assolta?

— Sì. Ma il confessore mi ha esortato a non dar più il mio denaro, nè a mia sorella, nè a mio nipote.

— Ha ragione. Quando non ne avrete più, come farete?

— Io non lo so, — disse suor Giovanna, stringendo le mani nelle ampie maniche, rabbrividendo tutta. — Non so niente.

— Io ne ho per due anni; ma voi no, sorella mia.

— Forse per due mesi, non più, e io tremo di spavento, pensandoci. Non credete che ci ridaranno la dote? No? Non lo credete? Qui, lo credono. Sovra tutto, lo sperano. Io.... io non dovrei dirlo, ma è proprio così: ritengo che mia sorella ci abbia calcolato sopra, in questo decadimento completo della sua fortuna. Quando venne.... non dovrei dirlo, è troppo triste.... non mi parlò di danaro, non fece che condurmi qui, ma io restai sospettosa, diffidente: non mi aveva mai voluto bene, mia sorella. Perchè mi raccoglieva? Sulle prime, non mi hanno detto nulla. Fra le altre cose credevano che io avessi accumulato del denaro, in convento. Voi sapete che avevamo fatto voto di povertà! Poi, si sono convinti che non avevo altro che quelle mille lire: e se le vanno prendendo allegramente, senza dirmi neppure grazie. Da due mesi, adesso, non parlano se non delle mie ventimila lire, come se fossero loro, come se dovessero averle domani.