Contra suo grado e contra buona usanza,

Non fu dal vel del cor giammai disciolta.

Paradiso, Canto III.

Scoccarono le cinque. La pesante porta del coro, di antico oscuro legno scolpito, si schiuse, stridendo, si spalancò, sospinta dalle magre e lunghe mani di suor Gertrude delle Cinque Piaghe: anche l'altro battente fu aperto e respinto lentamente contro il muro, dalla monaca. Ella attraversò a passo rapido tutto il coro, avendo nascosto, con un moto familiare, le mani nelle ampie maniche di lana nera della sua tunica, e si andò ad inginocchiar dietro la fitta grata metallica del coro. Dall'alto, da un'altezza grande, ella gittò uno sguardo quasi inquieto nella chiesa di suor Orsola Benincasa, che si allargava e si allungava, giù, giù, in una penombra di tempio dalle finestre velate, dove il crepuscolo quasi pare notte. Non vi era nessuno, in chiesa. Quel coro così alto, posto a livello della seconda fila dei finestroni della chiesa, chiuso nei suoi tre lati da una parete di ottone, singolarmente lavorata a traforo, nulla lasciava vedere, di più, ai fedeli che volessero scorgere, per curiosità, anche l'ombra di una delle Trentatre; mentre le istesse suore che portavano con umiltà ed obbedienza profonda, ma anche con orgoglio mistico, il secondo nome di Sepolte Vive, appena appena, di sopra, poteano scorgere delle figure umane entrare, sedersi, inginocchiarsi, orare, laggiù, laggiù, innanzi all'altare maggiore e nelle due larghe navate laterali, che fiancheggiavano la principale. Suor Gertrude restò con la fronte appoggiata alla grata, con gli occhi socchiusi, un po' curva l'alta e scarna persona: sulla fronte cinta dalla benda di tela bianca, sul petto coperto dal colletto bianco, sulla tunica nera, ricadeva, innanzi, il grande velo nero, mentre indietro, come era prescritto, ricadeva il mantello di lana nera. Ella pregava mentalmente: a un certo momento, un sospiro le sollevò il petto. Al suo sospiro un altro ne rispose, poichè, accanto a lei, senza far rumore, era venuta a prostrarsi, dietro la grata, un'altra delle Trentatre: suor Clemenza delle Spine, una monaca piccola, minuta, sotto la tunica nera, sotto il velo nero, il mantello nero, e la benda bianca. Pian piano, a passi silenziosi, altre suore erano apparse nel coro, erano venute a inginocchiarsi intorno intorno alla grata, con larghi segni di croce, sotto il loro velo nero: adesso, se ne contavano quattordici, in giro. Nessuna parola era stata scambiata fra loro: solo, ogni tanto, fra una preghiera e un'altra, un sospiro dolente si udiva uscire, di sotto qualche velo, a cui qualche altro sospiro, subito, faceva eco. Poi, sulla porta del coro, una monaca apparve, sorretta da un'altra: doveva essere di grande età, curva assai, quasi piegata in due, lentissima, sostenuta nei suoi passi piccoli e stanchi da una suora più giovane, più forte, che la guidava attentamente, misurando il suo passo su quello della vecchissima che a lei si appoggiava. La monaca vecchissima anche era vestita della tunica nera, della benda bianca che le stringeva la fronte, coperta dal mantello nero sino all'orlo della veste, velata fino ai piedi dal velo nero: ma sul petto, sul goletto bianco, sospesa a un largo nastro di seta nera, una croce di argento pendeva; sulla mano scarna, ossea, dalla pelle giallastra che si raggrinzava, appoggiandosi al braccio della suora giovane, nell'anulare, era una fascia di argento, un anello su cui stava scritto: La badessa.

La badessa non andò ad inginocchiarsi alla grata del coro; si arrestò, un po' indietro dalle sue monache, e tutta tremante, tutta vacillante, si prostrò sovra un inginocchiatoio di legno, adorno di un cuscino di velluto rosso cupo. La monaca che l'aveva condotta sin là, si arretrò, rispettosamente, sino alla porta del coro: altre due monache la raggiunsero, restando sulla soglia, senza entrare. Non portavano, queste tre, nè il mantello, nè il velo nero. Sulla benda bianca avevano un cappuccio di lana nera, ad ampie falde. Erano tre converse, non avevano ancora pronunciati i rigorosissimi voti claustrali delle Trentatre, delle Sepolte Vive: ancora tenevano il viso scoperto e il loro corpo serrato nella tunica, senza il gran mantello.

Le preghiere di compieta che le quattordici monache e la loro badessa proferivano, in quell'ora, duravano a lungo: annottava, quando furon finite. Una delle converse aveva accesa una lampada in mezzo al coro e alcuni candelieri sulle mensole, lungo gli stalli di antico legno oscuro, scolpito e intagliato; le ombre si erano diradate. Col loro cauto passo, le quattordici monache erano andate a prender posto, ognuna, in uno stallo del coro: alcune più lente per l'età, forse, o per la corpulenza: altre più rapide, forse per temperamento ancor vivace, negli anni di vecchiaia: alcune, come assorte in una lor cura che ne rallentasse l'andatura. Ma i grandi mantelli neri, infine, chiudevano i corpi e non lasciavano scorgere che a stento le linee della persona: ma i grandi veli, infine, covrivano il volto, fittamente, e nulla lasciavano indovinare di quelle fisonomie di claustrate. Ognuna, passando, si era inchinata a baciar la mano e l'anello abbaziale della badessa: una di esse, suor Giovanna della Croce, appoggiò un istante la fronte sulla mano rugosa della badessa e forse vi lasciò una lacrima. Poi raggiunse, anch'essa, a passo incerto, il suo stallo di legno bruno, dove s'immerse nell'ombra, aspettando.

Ora, l'antichissima suora badessa, alzatasi dall'inginocchiatoio, si era messa a sedere, in mezzo al coro, sovra un alto seggiolone di legno nero. Muta, assorta di dietro il suo velo nero, ella sogguardava a diritta e a sinistra, i trentatre stalli del coro. Un tempo, ella li aveva visti, in onore di Gesù e della sua Passione, occupati tutti da trentatre suore, tante quanti furono gli anni del Signore: e il terribile Ordine delle Sepolte Vive, terribile per la sua claustrazione totale, assoluta, mai frangibile, s'insuperbiva di essere al completo. Oh, i tempi erano trascorsi, suor Teresa di Gesù, la badessa, colei che aveva assunto il nome della Grande Mantellata di Avila, la badessa era così vecchia, e i tempi erano trascorsi, trascorsi! Delle Trentatre, man mano, la morte aveva diminuito il numero, e nessuna nuova creatura muliebre era venuta a offrirsi, per pronunziare il tremendo giuramento: persino le converse, che dovevano essere, per la regola, sette, quanti sono i dolori di Maria Vergine, eran sempre tre o quattro, nessuna di esse resistendo più a quella vita, domandando di andarsene, prima di pronunziare i voti. Quanti anni erano trascorsi sacri da che suor Teresa di Gesù si era monacata? Sessantacinque, forse, ella non ricordava bene: neppur ricordava bene da quando era badessa: forse da quaranta anni. Ora ne aveva ottantacinque: e aveva visto sparire, ad una ad una, prima seppellite nel piccolo cimitero di suor Orsola, la fondatrice dell'Ordine, poi portate via, diciotto delle sue monache. Ella guardava le superstiti, le contava, macchinalmente: vedeva bene, questo sì, che erano solo quattordici, oramai: e tutte vecchie, ma meno vecchie di lei. Un pensiero le passò nella mente, ne fece fremere i vecchi nervi stanchi: e un profondo sospiro uscì dalle labbra della badessa delle Trentatre, suor Teresa di Gesù.

E dagli stalli, da quelle nicchie nere dove le ombre nere delle suore si sprofondavano nell'ombra, altri sospiri profondi, tristi, straziati, risposero alla badessa:

— Che il Signore ci assista, — ella pronunziò, con voce alta, ma tremula.

— Così sia, così sia, così sia, — dissero delle voci, dagli stalli, voci più alte, più basse, fioche, roche, chiare.