Di nuovo, silenzio.

— Con quarantuna lire, — riprese, assalita da un nuovo accesso di rabbia, Grazia Bevilacqua, — dovendo dormire, mangiare, vestirsi, calzarsi, vi è da star bene. Sei ricca, eh!

Suor Giovanna della Croce aprì le braccia con un cenno vago e largo.

— E che intendi di fare? — disse Grazia, con voce fischiante.

La sorella trasalì, la guardò.

— Io ho figli, ho poco denaro, non ti posso mantenere, — continuò Grazia, duramente, crudelmente. — Ho speso troppo, me ne pento, ma la cosa non può continuare. Le tue quarantuna lire non servono a nulla, in casa mia. Ci vuole altro. Che intendi di fare?

— Andarmene, — rispose, senz'altro, suor Giovanna della Croce.

— Meno male, che hai capito. Ti ho tenuta dieci mesi, nessuno mi può dire nulla. Le tue mille lire, le hai disperse. Chi ne ha visto un soldo? Le tue quarantuna lire, non le voglio. Più presto si risolve questa faccenda, meglio è!

— Andrò via domani, — replicò suor Giovanna della Croce.

Esclamando ancora, trascinando il passo, col viso stravolto e la bocca piena di fiele, Grazia Bevilacqua lasciò la stanza. Suor Giovanna della Croce aspettò, immobile, rigida, che la sorella fosse lontana, all'altro capo della casa. E quando fu certa di non essere udita, suor Giovanna della Croce crollò sul suo povero letto, singultando, dibattendosi, mordendo il cuscino, gridando fra i singhiozzi: