— Vergine dei Dolori! Vergine dei Dolori! Vergine dei Dolori!

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Albeggiava. Il cielo d'inverno, purissimo, passava dall'azzurro nero, profondo e nitido della notte piena di scintillanti e trepide stelle, all'azzurro quasi bianco, uguale, quasi latteo dell'aurora d'inverno. Il silenzio grande della città, dormiente, ogni tanto era attraversato da un grido mattinale, ora lontano, ora vicino. La luce si diffondeva, limpida e cruda, dai cristalli chiusi dei due balconi, nella camera di suor Giovanna della Croce: ella non serrava mai le imposte per lunga abitudine conventuale, tutte le monache dovendo levarsi all'alba, per le preghiere del rito. L'ombra favorisce troppo il sonno, l'infingardaggine, i sogni e tutte le altre tentazioni della vita profana. La suora, quella notte, aveva avuto un riposo scarso e inquieto. Due o tre volte le era parso di udire del chiasso nel Vico Primo Consiglio, come qualche altra notte: voci irate, mescolate a grandi sghignazzamenti, una canzone di voce briaca, un ritornello di fischi e di grida. Con un moto di sgomento, ella aveva nascosto la testa sotto le coltri: le sue sempre più grandi tristezze, il suo rotolare infrenabile verso un precipizio di stenti e di miseria, la rendevano, oramai, più timida e più paurosa del giorno in cui era stata scacciata dal monastero di suor Orsola Benincasa. Di nuovo, però, il silenzio aveva dominato l'ambiente; e, nella stanza della monaca, non era restata che l'agitazione della sua anima in pena.

Pure, quella mattina, la consuetudine monacale la portò ai soliti atti di prostramenti, di preghiere, di parole e di gesti ripetuti mille volte, quando era nella calma, sepolcrale solitudine delle Trentatre, protetta dalle forti mura, simili a quelle di una tomba.

Ancora una volta ella doveva fare un povero fagotto delle sue poche robe e partire, cercando un asilo poverissimo, ove andare a vivere gli anni della sua già avanzante vecchiaia: ma, prima di accingersi a questa novella dipartita, meno straziante, forse, meno angosciata, poichè il cuore ha la lenta assuefazione al dolore, ma non meno piena di dubbi, di smarrimenti, di paure, suor Giovanna della Croce compì quanto ogni alba ella faceva, da quarant'anni. Certo, vi era alcun che di meccanico, di monotono, di esteriore, in tutto quel susseguirsi di gesti e di atti religiosi, di preci e di litanie, che si legavano l'uno all'altro, ma bene la fede li ha riuniti e li ha imposti, come un freno naturale a ogni orgasmo fisico, come esercizio, se non di elevamento, di pacificazione. Quando tutto ebbe finito, suor Giovanna della Croce andò in cucina, attraversando la casa in punta di piedi, per non risvegliare la sua avida e crudele sorella, i suoi sfrontati e duri nipoti. Con quell'abitudine sempre crescente della domesticità, della servilità, ella accese il fuoco nella cucina ancora immersa nella penombra, e mise a riscaldare un poco di caffè del giorno prima, in una cuccumetta di stagno. Era un peccato di gola, quel caffè: un bisogno di alimento nervoso, che gli anni e gli acciacchi avevano reso prepotente in lei. Anzi, per questo caffè alla mattina, il suo confessore le aveva fatto ottenere una dispensa ecclesiastica per ragioni di salute. Mentre il caffè si riscaldava, suor Giovanna della Croce lavò e asciugò le tazze che erano restate sporche, dal giorno prima.

Ora, il largo finestrone della sudicia cucina dava sul cortiletto del Palazzo Marinelli e si trovava di fronte al pianerottolo della scaletta: si vedeva la prima rampa di scale che conduceva alla casa abitata dalla famiglia Bevilacqua, e la seconda che conduceva a quella abitata dall'avvocato de Gasperis. La suora andava versando il caffè nella tazza lentamente, provando già un piacere in quell'aroma, quando udì un violento battere di porta, sopra, al secondo piano: la porta a vetri dell'avvocato de Gasperis si era richiusa con tanto fracasso da parere che tutti i cristalli andassero in frantumi. Suor Giovanna della Croce restò interdetta, bevendo il suo caffè, guardando, dal fondo della semioscura cucina, verso le scale.

Un uomo scendeva dal secondo piano, con passo rapido e deciso, col bavero del cappotto alzato, col cappello abbassato sugli occhi; e, intanto, pur si vedeva il volto di un uomo quarantenne, con una barbetta nera, l'aria tetra e truce, sparsa sovra un viso chiuso e freddo. Lentamente, trascinando i passi, come se andasse a morire, una donna lo seguiva, appoggiandosi al muro: era la donna che, due tre volte, suor Giovanna della Croce aveva incontrato per le scale, salendole cautamente, con la veletta fitta che le nascondeva il viso, con la pelliccia stretta sulla persona. Adesso, ella aveva la pelliccia semplicemente gittata sulle spalle e le vesti un po' discinte, sempre male abbottonate: portava la sua veletta in mano e mostrava un viso gracile, gentile, pallido, con un paio di occhi dolci, stralunati, una bocca fine e rosea come una tenue rosa. Mentre scendeva, taciturna, senza guardare gli scalini, silenziose lagrime le si disfacevano sulle guancie. Come ella rallentava il passo, quasi non volendo, quasi non potendo più camminare, due volte l'uomo dal viso tetro si era voltato a guardarla fieramente, e un amaro sorriso si era disegnato sulle sue labbra. Subito, la donna aveva cercato di affrettarsi. Discesero, sparvero. E, malgrado il suo candore di vecchia suora, sparita dal mondo a venti anni, prima di nulla conoscere, suor Giovanna della Croce comprese che quell'uomo era il marito di quella donna e che quella donna, sorpresa nel peccato, andava forse al più lungo e atroce martirio, forse alla più vicina morte. Suor Giovanna della Croce si segnò.

Quando ritornò in camera sua, sempre camminando pianissimo, ebbe un movimento di decisione. Doveva andar via, in quel giorno, più tardi, non sapeva dove, ma doveva andare. Rilesse la lettera del Ministero dell'Interno, con cui le si comunicava che, secondo la legge sulle corporazioni religiose, legge citata in due tre articoli, ella non aveva altro diritto che a percepire una pensione mensile di lire quarantuna, pagabile ogni mese, a Napoli, all'Ufficio dei Beneficii Vacanti; e che si fosse presentata per ritirare i suoi documenti certificativi, per poi, ogni ventisette del mese, avere il suo assegno. Ora, quel giorno era il venti febbraio. Suor Giovanna della Croce aprì un portafogli e contò il denaro che le restava delle mille lire che sua sorella e i suoi nipoti si erano venuti divorando man mano: non aveva che cinquantasette lire. Ella non aveva che una scarsa idea di quello che costava il cibo di una persona, avendo tutto dimenticato, in quei quarant'anni, e nulla avendo appreso o molto poco, in quei dieci mesi di permanenza, in casa di sua sorella; non aveva nessuna idea di quello che costasse un alloggio, una camera, in qualunque posto. Ripose la lettera fatale e il suo denaro nel portafogli. Sarebbe andata, infine: non sapeva e non voleva altro.

Si guardò attorno. Malgrado che ne fosse stata ospite per quasi un anno, ella non amava quella camera di casa borghese, a quel primo piano basso, dove salivano tutti i rumori, tutte le voci rudi della via e le parolacce e le bestemmie e gli odori nauseanti e l'alito vizioso di una via cittadina, abitata da gente fra povera e corrotta, fra misera e feroce. La camera era solinga e nuda, invero: ma la strada vi arrivava, vi entrava, con tutte le sue cose brutte, nelle persone, nei loro atti, nei loro detti. No, non aveva amato nulla di quella stanza; forse era ingrata, poichè vi aveva avuto dei lunghi momenti di quiete e di raccoglimento: non vi aveva amato nulla, poichè l'ospitalità che le aveva dato, non era stata basata sulla tenerezza e sulla pietà, ma sul calcolo più laido e sull'avidità più sfacciata. Sì, era stata ricoverata, lì: ma le avevano elargito il ricovero solo per derubarla, man mano, del suo avere presente, solo per spogliarla di una ipotetica somma di denaro avvenire. Forse, era ingrata. Ma la sorella, i nipoti non le avean tutto tolto e, ora che non aveva più nulla, non la cacciavano via? Non poteva, dunque, amare quella stanza.

Pure, quando andò a prendere il suo tombolo dove era fissata, con gli spilli, la sottile trina cui stava lavorando, quando volle mettere il tombolo nel suo fagottello, ebbe un sospiro breve di rimpianto per quel vano di balcone, dove aveva trascorso molte ore in contemplazione, in assorbimento. Sempre quella casa muta e cieca, dirimpetto, aveva prodotto su lei un effetto di pace: non so come, qualche volta, le era parso che quella muraglia fosse quella di un convento, quelle gelosie le gelosie, di un convento, sempre sbarrate. Infine, sì, avrebbe rimpianto quel piccolo spazio ove ella aveva pensato, pregato, lavorato, seduta sulla sedia di paglia, coi piedi appoggiati sui cannelli dell'altra sedia, tenendo sulle ginocchia o il libro di devozioni, o il rosario, o il tombolo.