— Gennarino, Gennarino, Gennarino!
Suor Giovanna della Croce vide tutto questo e vide anche due uomini uscire rapidamente dal portoncino, scantonare, inavvertiti, verso Via Settedolori, e vide, mentre le donne gridavano al soccorso, dal balcone aperto, una grande stanza a divani rossi, a specchi dalle cornici dorate; e a malgrado la sua ignoranza, la sua innocenza, la sua cecità, ella comprese in un baleno, quanto vi era di sozzo, d'immondo, di orrendo, in quello spettacolo; e, per la vergogna, per la nausea, per l'orrore, cadde indietro, sulla terra, come se morisse.
III.
Bussarono alla porta della stanzetta, leggermente.
— Entrate, — rispose suor Giovanna della Croce, a bassa voce, sciogliendo le mani dal suo rosario.
Entrò donna Costanza de Dominicis, la vedova salernitana, che affittava, per dodici lire al mese, quella stanzetta alla monaca. Era una magra, magrissima donna di cinquant'anni, alta, con certe grosse mani, certi grossi piedi, coi capelli bizzarramente bigiastri a striscie bianche, piantati bassi sulla fronte, tirati alla contadinesca, dalle tempie, sul mezzo del capo, in un mazzocchio: e un viso brunastro, dalla pelle arida e rugosa, dalla bocca grande e pallida sui denti giallastri: bruttissima, infine, ma con un paio di occhi vividi, ove brillava la bontà umana. Portava un vestito oscuro di stoffa di cotone, azzurro cupo, tagliato alla foggia cittadina, ne aveva il grembiule nero e il fazzoletto fiorato al collo, delle contadine.
— Zi monaca, non siete venuta a riscaldare il vostro latte, stamattina?
— No, — disse suor Giovanna della Croce, a voce bassa, — non l'ho preso, dal capraio.
— Perchè? Per qualche astinenza, forse?
— No, no, — replicò subito la vecchia monaca che aveva orrore della bugia, — non è per un'astinenza. Così.... non l'ho preso....